lunedì 28 maggio 2012

Una questione aperta


C'è una cosa che mi colpisce sempre moltissimo. Se entrate in una libreria e vi mettete a contare il numero di donne che lavorano in questo campo vi renderete conto, con molta probabilità, che sono molte di più dei colleghi maschi. Spesso anche i ruoli di direzione dei vari punti vendita sono affidati a donne. Man mano che si sale nella catena dirigenziale, però, (e questo in ogni lavoro) le donne diminuiscono sino, in molti casi, a scomparire completamente. L'ambiente culturale non fa differenza. Tralasciando, in questa sede, il grave problema della mancanza di figure femminili nei ruoli di potere (e, permettetemi la battuta, probabilmente le cose vanno così male anche per questo motivo) vorrei portare tre esempi importanti per evidenziare il problema. Partiamo dalla televisione (no non voglio parlare del ruolo riservato alle donne in certi palinsesti, ci sono già ottime studiose del fenomeno che lo spiegano molto meglio di me). Recentemente su vari siti e blog femminili e/o femministi ho letto alcune riflessioni sulla mancanza di voci femminili alla trasmissione evento dell'anno: “Quello che non ho”. Spesso non ci facciamo neppure caso, abituati come siamo a vedere maschi in ogni anfratto della società, non ci accorgiamo della mancanza di spazi a coloro che, di fatto, in Italia, sono una buona fetta della cultura. Se escludiamo i ruoli di “assistente” o gli interventi di alcune figure “divertenti”( come la Littizzetto o Geppi Cucciari giusto per citare due persone che vanno per la maggiore in questo periodo) ci renderemo immediatamente conto che i palinsesti televisivi sono chiaramente dominati da figure maschili. La stessa cosa avviene nel panorama culturale. È provato che le donne leggono in percentuale decisamente più alta rispetto ai maschi, eppure, quando leggiamo un intervento, 9 volte su 10 è scritto da un uomo.
Il secondo esempio riguarda l'Almanacco Guanda 2012. Su 30 interventi (esclusi i nostri racconti alla fine dell'almanacco) solo 5 sono di addette ai lavori. Che cosa significa questo? Forse che non ci sono donne che lavorano negli ambienti culturali? Al contrario, le donne sono moltissime. Quindi? Come mai gli interventi delle donne sono sempre un decimo rispetto a quelli dei colleghi maschi? Come mai è così facile trovare figure maschili occupare ruoli dirigenziali? Non voglio farne una questione di quantità, non credo nelle quote rose, è ovvio che c'è una questione di qualità. E proprio perché parliamo di qualità dovrebbero esserci molti più interventi di donne. Non posso credere che si tenda sempre e comunque a favorire le figure maschili anche in contesti in cui le donne hanno sia un primato numerico che qualitativo.
Ultimo esempio.
A giugno Repubblica organizzerà a Bologna una manifestazione dal titolo: Scrivere il futuro. Ebbene speriamo che sia un futuro in cui a scrivere non siano solo i maschi visto che su 92 relatori 76 sono maschi e solo 15 femmine.
Ora, lo dico senza nessuna esitazione, abbiamo un problema. È un problema enorme che ci riguarda tutt* Prima apriamo gli occhi prima usciremo da questa società bigotta, patriarcale e terribilmente maschilista.

5 commenti:

  1. Avrei voglia di abbracciarti! Un uomo che dice queste cose è cosa rara....

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  2. ciao, ti ho scoperto ieri per caso...un cliente mi ha costretto a cercare su google "un libro carino" e sei uscito tu hihihihih
    lui non era soddisfatto ma io ammetto che ho dedicato un po' di tempo a leggere i post, quando è arrivato mio marito ho detto "ho trovato un fratello!!"
    ora smetto di andare fuori tema...ti saluto, ma come vedi ogni tanto i clienti ci fanno scoprire cose bellissime :)

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  3. Twitto questo post, perché è straordinaramente vero e autentico.
    Considerazione da donna: ho l'impressione che noi donne ci sottovalutiamo e ci accontentiamo. Con questo non voglio negare l'evidenza eh! E in più vista la situazione italiana sono assolutamente favorevole alle quote rosa! Qualche tempo fa ho fatto un post sulla quantità di mamme come me che non si fermano a un figlio, anzi perseverano. Fanno il secondo, il terzo. Alcune vanno oltre. La mia domanda era (e non sono riuscita a rispondermi o a ricevere delle risposte esaustive!): la donna si sta rintanando nella maternità/famiglia per scelta consapevole o perché si è rotta le palle di questa società e quindi meglio chioccia-casalinga socialmente riconosciuta nel suo ruolo, piuttosto che brutta copia del maschio al lavoro (perché è inutile nasconderlo, dove la donna raggiunge i vertici assomiglia troppo all'uomo di potere, forse per dimostrare la sua forza è anche peggiore!). Non male per cominciare la settimana ;)!

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    1. So di personaggi che lavorano nel mondo "culturale" che durante i colloqui di lavoro, chiedono alle donne se vogliono avere figli. Mi sembra di una scorrettezza incredibile.

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    2. Nel suo "Ancora dalla parte delle bambine" Loredana Lipperini tratteggia un quadro abbastanza preciso sulla differenza tra la sbandierata nuova presenza femminile in ruoli dirigenziali e l'effettiva 'secca' in cui la maggior parte delle lavoratrici si arena al momento di ottenere concreti avanzamenti di carriera; inoltre, si evidenzia come spesso siano le donne stesse, qualora poste in posizioni di comando, a consolidare la segeregazione di genere incentivando stereotipi e purtroppo ostacolando le colleghe sottoposte in nome di pregiudizi che tendono a difendere una struttura sociale di stampo prettamente maschilista. Non so se il segnalato ritorno alla maternità sia una 'fuga' da questa iniqua situazione: io credo che avere zero o più figli dovrebbe restare una scelta personale egualmente sostenuta dalle strutture sociali a prescindere da altre considerazioni, e il fatto che ciò sia ben lungi dall'avvenire resta a mio parere il vero fattore di squilibrio nella questione. In fondo anche qui riveliamo la nostra anima 'catto-opportunista': con feroce paternalismo invitiamo le nostre 'amate sorelline' ad accettare le scuse e le rose e, con rispetto parlando, a non rompere troppo i c ... i.

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