lunedì 8 ottobre 2012

Uno sguardo diverso sulla legge Levi

Vi invito a leggere questa interessante lettera firmata da molte e molti esponenti del mondo dell'editoria apparsa oggi su Repubblica. Ne riporto il testo aggiungendo solo una cosa: capisco che agli occhi dei lettori la legge Levi, legge che viene continuamente aggirata, sia un male. Ma leggete bene la lettera. Le librerie di catena arrivano ad ottenere il 40/45% di sconto, le librerie indipendenti molto meno. Questo va a discapito sia del prezzo originario del libro sia della bibliodiversità. Perché in libreria trovate pile e pile di libri di Mondadori, Rizzoli, Newton Compton, Giunti, ecc...? Perché molte di queste sigle editoriali non sono solo case editrici (vedi Feltrinelli, Giunti, Messaggerie, Rizzoli, Mondadori) sono anche distributori e hanno anche le catene librarie. Ci può essere una vera concorrenza in un mercato del genere? Può esserci una vera pluralità? O, al contrario, ci sono forti conflitti d'interesse? Inoltre, aggiungo, possibile che siamo messi così male, possibile che le case editrici non abbiano altre carte da giocare che insistere sugli sconti? Anche in questo caso, pare, siamo un'eccezione nel panorama librario europeo (e forse internazionale). È una lotta contro i mulini a vento, quando si parla di soldi ognuno di noi guarda il proprio giardino e basta, ma è anche una lotta di civiltà e libertà. Se non interveniamo in tempo il mercato del libro crollerà e trascinerà con sé ogni forma di pensiero critico.

[da La Repubblica - 8 Ottobre 2012]
Il 2 ottobre scorso, il Presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, ha inviato ai Presidenti del Senato, della Camera, del Consiglio e al Ministro per lo Sviluppo Economico, le sue “Proposte di riforma concorrenziale ai fini della Legge annuale per il mercato e la concorrenza per l’anno 2013”, nella quale raccomandava di “eliminare il tetto agli sconti sui libri che limita la libertà di concorrenza dei rivenditori finali, senza produrre sostanziali benefici per i consumatori in termini di servizi offerti o di ampliamento del numero di libri immessi sul mercato”.
L’enormità di una simile richiesta è evidente per chiunque conosca l’anomalia della situazione italiana in campo editoriale. Per gli altri, richiede una spiegazione.
In Italia, un numero ristretto di gruppi editoriali possiede l’intera filiera del libro e occupa, perciò, in posizione dominante, tutti i passaggi: produzione, promozione, distribuzione e vendita. I quattro gruppi editoriali – Mondadori, Gems, Rizzoli e Feltrinelli – possiedono molteplici case editrici, e poi case di distribuzione, catene librarie e società che distribuiscono i libri in supermercati, discount, autogrill ecc. (G.D.O.).
In altre parole, i 4 gruppi pubblicano, promuovono, distribuiscono e vendono i loro libri attraverso società e punti vendita di loro proprietà, mentre gli editori indipendenti devono rivolgersi a loro per ogni passaggio, fino ad arrivare in libreria con un margine di guadagno così ristretto da non potersi permettere sconti ulteriori o promozioni. A loro volta, le librerie indipendenti, che ottengono uno sconto sul prezzo di copertina del 30% (le catene librarie ottengono anche il 40/45), non hanno margine sufficiente per praticare uno sconto ormai fisso del 15%. Di conseguenza, i 4 gruppi inondano il mercato di libri scontati, occupano i tavoli e le vetrine delle librerie, gli spazi dei supermercati e così via, mentre tutta l’altra produzione libraria è relegata in spazi angusti e nascosti, per lasciare visibilità alle promozioni.
Negli altri paesi, le funzioni di editore, distributore e libraio, sono nettamente separate e questo a vantaggio di un mercato realmente libero.
L’Antitrust è stata costituita nel 1990 per combattere simili situazioni di oligopolio e garantire “il rispetto delle regole che vietano gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni in grado di creare o rafforzare posizioni dominanti dannose per la concorrenza”.
La Legge Levi per parte sua, è stata promulgata nel settembre 2011, dopo una durissima e lunga battaglia, per “contribuire allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività letteraria, alla promozione del libro e della lettura, alla diffusione della cultura, alla tutela del pluralismo dell’informazione”. Sebbene si ispiri a leggi analoghe che vigono in Francia, Germania e Spagna (per citare i paesi più vicini), che aboliscono o riducono drasticamente lo sconto, la legge Levi consente uno sconto librario del 15% e un tetto del 25% alle promozioni editoriali, per undici mesi all’anno, dicembre escluso.
In un altro paese, l’Antitrust avrebbe sostenuto la Legge Levi, che pone un freno all’oligopolio dei gruppi editoriali.
Colpisce che la ‘raccomandazione’ dell’Antitrust avvenga solo 7 giorni dopo la verifica discussa alla Camera il 25 settembre, in presenza della Commissione Cultura, Centro per il Libro, del sottosegretario di Stato Peluffo, del Ministro Ornaghi e di editori e librai coi loro rappresentanti. In questa sede si manifestavano essenzialmente due posizioni: da una parte librai ed editori indipendenti sostenevano che la Legge Levi avesse contenuto la recessione del mercato librario (assai più forte in altri settori dell’intrattenimento e dello spettacolo) e contribuito a un abbassamento del prezzo dei libri – dall’altra, i 4 gruppi, con qualche sfumatura, chiedevano in sostanza di vanificare la Legge Levi, abolendo lo sconto alle promozioni editoriali, il limite di durata e l’esclusione del mese di dicembre, e auspicando un mercato selvaggio e oligarchico, in cui la Legge si riducesse a mero strumento per difendere i loro libri dalla concorrenza di Amazon.
E con chi si schiera l’Antitrust?
Editori e librai indipendenti chiedono che questa raccomandazione venga ritirata dalle proposte del Presidente Petruzzella, che l’Antitrust faccia onore ai suoi obiettivi, battendosi contro e non a favore degli abusi di potere, e che la Legge Levi venga sostenuta e messa in grado di servire i suoi scopi.
Ginevra Bompiani (nottetempo), Giuseppe Russo (Neri Pozza), Antonio Sellerio (Sellerio), Luca e Mattia Formenton (Il saggiatore), Carmine Donzelli (Donzelli editore), Daniela Di Sora (Voland), Emilia Lodigiani e Pietro Biancardi (Iperborea), Marco Cassini e Daniele Di Gennaro (minimum fax), Gaspare Bona (Instar libri e Blu edizioni), Lorenzo e Rodolfo Ribaldi (la Nuova frontiera), Agnese Manni (Manni editore), Sandro D’Alessandro (et al.), Monica Randi (Astoria), Roberto Keller (Keller editore), Ada Carpi e Andrea Palombi (Nutrimenti), Isabella Ferretti e Tommaso Cenci (66thand2nd), Emanuela Zandonai (Zandonai edizioni), Yuri Garrett (Caissa Italia), Massimiliano Franzoni (Mattioli 1885), Andrea Malabaila (Las Vegas Edizioni), Fabrizio Felici (Felici Editore), Giuliana Fante (Edizioni Corsare), Salvatore Cannavò (Edizioni Alegre), Giuseppe Maria Morganti (Aiep Editore), Ugo Magno (Mesogea), Danilo Manzoni, (Leone editore), Marco Nardini (edizioni La Linea), Cecilia Palombelli (Viella), Walter Martiny (edizioni del Capricorno), Francesca Chiappa (Hacca – Nuova giuridica), Rocco Pinto (libreria torre di Abele), Silvia Nono (Emons Audiolibri), Giulio Milani (Transeuropa), Sergio Iperique (Ananke Edizioni), Rosaria Pulzi (Edizioni Lapis), Edgar Colonnese (Colonnese editore), Leonardo Pelo (No reply), Angelo Leone (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri), Mauro di Leo (Atmosphere Libri), Antonio Bagnoli (Pendragon), Ugo di Monaco (Edizioni Spartaco), Francesco Camastra (Bibliofabbrica.com), Gian Luca Tugnoli (Libreria Ulisse), Andrea Soave (Libreria Edys).
Potete sottoscrivere la lettera qui

12 commenti:

  1. Bisognerebbe anche tutelare l'autore che si prende solo il 7% di diritti!!! sembra sempre che il libro sia dell'editore mai di chi l'ha scritto.
    Che poi tutto sia in mano ai soliti noti è vero e il mercato è lo specchio di un'editoria allo sbando.

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  2. Che poi è il presupposto del mercato libero. Produttore, distributore e venditore sono tre persone diverse. Altrimenti è solo infierire sul lettore, che sinceramente non capisce - perché è all'altra estremità rispetto al libro - perché da un giorno all'altro pongono un limite allo sconto di un libro il cui prezzo già ritiene piuttosto alto. Poi io sperpero i soldi in libro, quindi non faccio testo. Ma non c'è stata questa grande campagna per spiegare la legge Levi...

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    1. La cosa bella è che adesso i grandi gruppi editoriali, che hanno affossato i piccoli con la loro prepotenza, vengono a dire che la legge li penalizza. Loro, capisci?

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    2. Si sono accorti che non protegge abbastanza i loro interessi?

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  3. Dal momento dell'approvazione della legge Levi io sono stata tra quelli (pochi) che la difendevano. Perché l'anomalia del mercato italiano, l'estremo oligopolio dei grandi gruppi editoriali che possiedono anche distribuzione e rivendite (il che porta a danneggiare i piccoli editori e le librerie indipendenti che non possono permettersi i loro margini di manovra) mi è chiara da tempo. E da sempre la trovo pericolosa, nonché dannosa per il lettore stesso, su vari fronti.
    Tra l'altro il ramo editoriale del fumetto è messo nella stessa identica situazione: i distributori sono costole degli editori più grandi (che possiedono anche qualche negozio) e per i piccoli editori restare nel mercato è diventato sempre più difficile (non so se sono io, ma mi pare che la produzione di fumetto indipendente che riesce a raggiungere le fumetterie negli ultimi tempi si sia molto ridotta rispetto anche solo a 5 anni fa...)

    Chiaro, la legge Levi non è perfetta. Ma ha almeno il merito di riconoscere il problema e cercare di metterci una pezza (per quanto mooolto inadeguata). Quello che spiace è che il 90% dei lettori non abbia capito quali ne sono i presupposti, o, se anche li ha capiti, preferisca dire "Sì, però io devo guardare al mio portafoglio..." e condannarla comunque.
    Io 20 giorni fa sono entrata in una delle librerie di catena che ci sono qui (di quelle indipendenti non ne è rimasta N-E-S-S-U-N-A), e davanti a un intero tavolo grande due volte la mia scrivania occupato SOLO da una gigantesca piramide di copie dello stesso bestseller, mi sono sentita soffocare. Era la prima volta che trovavo un simile monumento all'oligopolio editoriale (per quanto sia, è una libreria non enorme e finora non aveva mai fatto piramidi di sorta...). Mi sono fatta consegnare un documento informativo riguardo una loro iniziativa di lettura (del resto non ero lì per comprare, avevo solo visitato una mostra ospitata in quel mini centro commerciale) e sono scappata.

    Da troppo tempo ormai entrare in certe librerie mi fa passare del tutto la voglia di curiosare tra gli scaffali: tanto sempre le stesse cose ci trovo, quelle già strillate ovunque da giornali, blog, spot, cataloghi, ecc.
    Ormai sono tornata alle origini: da bambina i miei genitori mi compravano libri quasi solo nei remainders. Ora io preferisco passare due ore tra bancarelle e mercatini dell'usato, piuttosto che cercare le poche 'perle' editoriali aggirando pigne di sfumature color topo e piramidi di mondi invernali...

    Come dici tu, Marino, la bibliodiversità andrebbe tutelata. Peccato che sono i lettori che spesso non si rendono conto per primi dei pericoli che essa corre.

    minty

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    1. ma quanti lettori hanno ancora una reale consapevolezza di cosa significhi 'bibliodiversità'? Forse ci aspettiamo troppo da adulti ormai formati su canoni massmediatici, bisognerebbe magari ripartire dai bambini, senza abbandonarli quando entrano nella prima adolescenza ...

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    2. E se un lettore ne fosse consapevole e fosse convinto della sua importanza - cosa non scontata - dovrebbe essere contento di accollarsi lui, singolarmente, il costo di un problema che è sistemico?

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    3. Ma secondo te già non se lo accolla? Non è normale che un cartonato mediamente mal fatto (ché il 90% dei cartonati che escono in Italia hanno una qualità di carta e cura editoriale piuttosto infima) costi 20€ o più.
      Ma deve costare così (prezzo gonfiato), perché così l'editore può fare (se glielo si permette) le campagne di sconto al 30-40%, dando al lettore l'impressione di fare i grandi affari, quando sta semplicemente pagando la merce per quello che dovrebbe davvero costare (o, ancora, soltanto poco di più).
      Fidati che gli editori non ti regalano nulla: sono anni che abbattono i costi, eliminando un sacco di figure intermediarie tra autore e lettore, riducendo ai minimi la qualità di ciò che pubblicano, per massimizzare i profitti. Non importa loro niente di far beneficenza al lettore. Fanno gli sconti altissimi solo se se lo possono permettere. E solo i grossi editori hanno questa possibilità.

      In un mercato più normale (quello che la legge Levi dovrebbe aiutare a creare - anche se mi rendo conto pure io che è un po' un'arma spuntata), tutti dovrebbero poter giocare alle medesime regole e condizioni, senza monopoli di sorta. E la reale concorrenza dovrebbe 'calmierare' da sé i prezzi, in automatico (con vantaggio di tutti).
      Nel mercato di oggi la concorrenza vera non c'è. Ed è per questo che i prezzi dei libri lievitano per poi poter essere scontati a oltranza attraverso promozioni fasulle. Ma se preferiamo questo a un provvedimento che comunque cerca di porre riparo a queste storture...
      Ma ricordiamoci che questo è un tipo di risparmio fasullo. Che in cambio ha un prezzo altissimo: l'appiattimento culturale e la morte di editori e librai indipendenti. Il che riduce enormemente il parco culturale e la libertà di scelta degli stessi lettori. E' questo che vogliamo?

      minty

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    4. Certo, ma bloccare gli sconti non ha ridotto i prezzi. Un mio amico, ex libraio (libreria chiusa) e per giunta editore, suggeriva di vietare del tutto gli sconti. Io sinceramente non so se può risolvere il problema. Non posso fare a meno di notare che mentre i libri hanno un prezzo di copertina, e quindi il loro "valore" è palese all'acquirente, non è così per musica e film - e mille altre cose. Quando prendo un CD, lo compro al prezzo del negozio, e tra l'altro è sempre inferiore di 1 o 2 euro in un negozio indipendente rispetto a uno di catena, salvo ovviamente le campagne di sconto a prezzi irrisori. Per un CD il "valore" è nascosto all'acquirente.
      Ciò non toglie che ci siano oligopoli anche nella musica, dico solo che è diverso... e lì ci sono ben altri problemi derivati da una serie di gravi errori con la diffusione degli mp3... di cui, incidentalmente, parlo qui.

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    5. Certo, ma bloccare gli sconti non ha ridotto i prezzi.

      Intanto la Newton Compton se n'è uscita coi rilegati a 9,90€. E la Mondadori sta provando a imitarla. Certo, per ora sono esperimenti su cose di poco conto (poco più che Harmony, letteratura di molto consumo, un po' fotocopia), ma chissà. Diamo tempo al tempo...
      (Certo, tutto funzionerebbe un po' meglio se non esistessero già mille escamotage per aggirarla, la Levi ^^; )

      minty

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    6. Quoto Minty. Il problema degli sconti è un problema tutto italiano. Io preferirei non avere lo sconto e avere la certezza di pagare un libro un prezzo giusto (e non 30 euro o molto più come alcuni libri universitari). C'è da dire però che ormai lo sconto in libreria lo chiedono anche su libri da 5,90. C'è una cosa a cui nessuno mai pensa ed è la professionalità. Se compro una sciarpa fatta a mano con buon materiale la pago di più rispetto una sciarpa sintetica per esempio. Sai quante professionalità ci sono nel mondo del libro? Abbattere drasticamente i costi significa che alla fine avrai, per forza, prodotti scarsi perché la filiera che dovrebbe controllare la qualità non esiste più. L'autore guadagna di media il 6%/8% che è una vera miseria. Chi compra libri lo fa perché li ama, perché ama leggere. Fa piacere a tutti pagare meno un libro ma tu, con lo sconto, paghi comunque di più perché il prezzo è gonfiato alla base. Ormai la gente si lamenta a priori del costo dei libri e pretende lo sconto. Poi però si lamentano se in libreria c'è poco personale e nessuno li segue. Non si arriva a pensare che abbattimento dei costi di gestione ci sono anche per permettere alle grandi catene di continuare a usare lo specchietto per le allodole degli sconti.

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