sabato 1 dicembre 2012

1 dicembre

Giornata molto importante per me, per due ragioni.
La prima è mia nipote Cecilia che oggi compie 18 anni e che sin dal primo giorno mi ha reso fiero. Siamo praticamente cresciuti insieme, avevo 18 anni quando è nata ed è stato subito chiaro per me che sarebbe stata come una figlia. È stata la luce nei momenti bui, è la mia speranza per continuare a credere nell'umanità. È giovane in uno dei momenti storici più difficili che potessero capitare eppure non perde la speranza per un futuro migliore e, soprattutto, è ancora capace di sognare.
La seconda ragione è che il 1 dicembre è la giornata mondiale contro l'AIDS.
Una ricorrenza a cui tengo davvero molto, prima di tutto perché ero un bambino negli anni in cui si consumava il dramma della “peste” che la chiesa e anche molti uomini di stato attribuirono a gay, prostitute e tossicodipendenti, un linciaggio mediatico vergognoso che la storia tende a dimenticare. Poi perché, nel corso di questi anni, l'HIV ha raggiunto persone che amo e stimo, uomini e donne, eterosessuali e omosessuali, perché l'AIDS, nonostante quello che la maggior parte delle persone può pensare, esiste ancora e non si preoccupa dell'orientamento sessuale delle persone. Non si muore più come si moriva un tempo, la medicina ha fatto passi da gigante, ora le persone affette da HIV e quelle sieropositive conducono esistenze all'apparenza uguali a quelle di tutte le altre. Ma non è così. Ci sono i continui controlli, ci sono gli effetti collaterali delle medicine, c'è l'aspetto psicologico e quello sociale.
Non è facile e solo chi si trova nel mezzo lo sa.
Quindi proteggiamoci, usiamo il preservativo, facciamo i controlli, fermiamo questo maledetto virus.
Voglio parlare di HIV a modo mio riproponendo la recensione a un libro che ho amato particolarmente Sangue Dannato di Bergamini edito da Barbes. La casa editrice, pare, non esiste più ma so, dal blog di Loredana Lipperini, che il progetto continuerà con una nuova sigla editoriale. Barbes era una delle piccole grandi case editrici sul mercato, libri coraggiosi e di qualità, facciamo in modo che chi fa cultura non si senta solo in questo paese, acquistiamo libri di quelle case editrici che non si limitano a puntare tutto sul marketing, sui titoli ad effetto o sulle copertine.
Apro una piccola parentesi. Se fate una ricerca sui libri sull'argomento, a parte "Sangue Dannato" e "AIDS: lo scandalo del vaccino italiano" (Feltrinelli, Agnoletto Vittorio, Gnetti Carlo, 145 p, 14 euro), non destinati agli addetti ai lavori troverete che negli ultimi anni non è stato pubblicato praticamente nulla.
Direi che questa cosa la dice lunga sulla percezione che oggi abbiamo del problema.

Recensione
Devo parlare di un libro e lo devo fare subito prima che i pensieri che affollano la mia mente si sovrappongano e si confondano. Come sapete amo un certo tipo di letteratura, a volte mi maledico per i libri che scelgo, spesso vado ad intuito, non ho nulla contro la letteratura d'intrattenimento ma io amo quella che riesce a darmi emozioni forti.
La fascetta sul libro che ho scelto, per una volta, ha l'onestà intellettuale di non urlare al capolavoro, di non paragonare l'autore a nessun altro grande della letteratura, di non parlare di caso letterario. È una fascetta rossa con una scritta in bianco che dice così: “Sopravvivere all'AIDS. Tra romanzo e saggio, una dura e commovente testimonianza sull'omosessualità e sulla malattia che ha sconvolto le relazioni negli ultimi trent'anni”.
Il libro in questione è di Alexandre Bergamini, il titolo è Sangue dannato edito da Barbes ( traduzione di Sylvia Zanotto, 256 p. 14 euro). È difficile parlare di questo libro, lo è soprattutto se si è vissuto, attraverso la violenza mediatica degli anni ottanta prima e dell'oblio mass mediale dagli anni novanta in poi, la tragedia e l'esasperazione del percorso della malattia chiamata AIDS.
Bergamini traccia, attraverso una narrazione in bilico fra narrativa e saggistica, i punti salienti della sua crescita: un padre paranoico, silenzioso, chiuso, una madre che ha tentato per due volte il suicidio, un fratello maggiore che muore suicida, il suo peregrinare in giro per il mondo, la sua passione per l'Africa e, su tutto, il suo rapporto con il sesso che diviene, senza essere descritto nei minimi dettagli, ossessione, bulimia e, infine, malattia. L'autore, dopo aver dichiarato la propria omosessualità in famiglia, viene cacciato dal padre. Inizia una vita al limite, fatta di incontri, di fughe, di povertà. È giovane negli anni in cui l'HIV si affaccia sul mondo con tutta la sua carica esplosiva. Sono anni di grande confusione e falsità, i mass media e la chiesa spingono per una colpevolizzazione di omosessuali, prostitute e tossicodipendenti. Oggi sembrano anni dimenticati, come tutte le cose negative sono stati in qualche modo rimossi dall'immaginario collettivo. Eppure la campagna diffamatoria che la chiesa e una certa politica portarono avanti in quegli anni dovrebbe diventare materia di studio. L'Hiv non era percepito come un virus potenzialmente pericoloso per tutti ma solo per alcune categorie considerate “dannate”, quelle che, secondo i dogmi ecclesiastici, andavano contro natura. Una peste divina che colpiva solo i reietti della società colpevoli, secondo la chiesa, di cercare di sovvertire “l'ordine naturale” delle cose. La storia ci ha insegnato che l'ignoranza di queste posizioni ha contribuito a far si che le persone eterosessuali si sentissero al sicuro da questa malattia e continuassero a contagiarsi. Le persone omosessuali erano trattate come appestate, untori della malattia divina e l'odio e l'ignoranza di certe posizioni gettavano benzina sul fuoco. L'autore fa interessanti collegamenti con il periodo nazista ( per sottolineare le similitudini con certi comportamenti razzisti e violenti) e non solo. Mette in evidenza lo scandalo delle trasfusioni di sangue. Anche quando si scoprì il virus si preferì tacere e vendere il sangue a paesi come la Cina. E, ancora, accenna agli interessi farmaceutici nei confronti di questa malattia. Le persone sieropositive venivano escluse dalla società, la confusione e la paura avevano la meglio sulla ragione. Le ricerche scientifiche hanno fatto passi da gigante, oggi le persone sieropositive conducono vite (quasi) normali grazie anche ai farmaci. Allora, negli anni ottanta, si moriva come mosche. Bergamini attraversa questi anni di paura da spettatore e consapevole protagonista, vede i suoi amici morire, è impegnato nella creazione di un'associazione per la prevenzione dell'HIV eppure è incapace di proteggere se stesso.
Si apre, all'interno del libro e della mia vita (non da ora ma ogni volta che leggo libri del genere si acuisce in me il senso di isolamento su alcuni temi), una profonda riflessione sul mondo maschile e sulla sessualità. Non esistono grosse differenze fra i maschi omosessuali e i maschi eterosessuali, gli stereotipi che ci vogliono più dolci, ecc... sono, appunto, inutili stereotipi. A me basterebbe che fossimo più consapevoli ma non è così.
La verità è che siamo, forse, solo meno ipocriti e che molti di noi hanno una concezione più “aperta” del sesso. Dico aperta (fra virgolette) e non libera perché la libertà è ben altra cosa. Quel che mi sono abituato a vedere nel corso degli anni è una dipendenza del maschio dal sesso. Dipendenza che riguarda sia omosessuali che eterosessuali. Parlo del mondo gay perché è quello che conosco meglio. Passo spesso per un freddo bacchettone, come se a me il sesso non piacesse. In realtà, se posso essere sincero, un certo modo di fare sesso mi provoca una profonda tristezza. Non provo piacere negli incontri di qualche ora, non mi sono mai interessati gli amplessi del sabato sera. Mi piace tutto quello che c'è prima. Il gioco, gli sguardi, l'approccio, la fantasia, l'attesa del bacio. Chiudermi in una stanza buia e calarmi i pantaloni in attesa di un volto che non vedrò non mi interessa. Non ne voglio fare una questione di morale, è una questione di punti di vista. La sessualità non è una linea retta, come affermava Kinsey, ognuno la vive come meglio crede. Ciò che manca è la consapevolezza. Oggi ancor più di ieri. Una volta mia nipote mi ha detto che una sua amica pensava che bastasse prendere la pillola per difendersi dalle malattie sessualmente trasmissibili. Viviamo in una società estremamente contraddittoria, sessuofoba, omofoba e misogina in cui, però, l'ossessione per il sesso e per il corpo (inteso come oggetto da vedere, mostrare, usare) impera su tutto. Ognuno può scaricare pornografia di ogni genere con una facilità esasperante, il sesso ci viene sbattuto in faccia in ogni luogo, dalla televisione, alla letteratura. Eppure non esiste la consapevolezza del sesso. Non esiste l'educazione sessuale, l'ignoranza, in questo mondo di sesso, è estrema. Dopo la paura e la cattiva informazione degli anni ottanta l'HIV ha smesso, da un punto di vista mediatico, di esistere. Oggi è una malattia di cui non si ha consapevolezza nonostante il numero dei nuovi infettati, ogni giorno, sia allarmante. È passata l'idea che l'HIV è come un raffreddore, tanto ci sono le medicine che ti permettono di portare avanti una vita quasi normale. Ma l'HIV c'è e ha un costo sia a livello umano che economico. Basterebbe continuare a fare prevenzione, basterebbe ricominciare a parlare di sessualità, di rispetto, di educazione.
In questo senso il libro di Bergamini, pur essendo un libro difficile (un libro che mi ricorda a tratti l'esasperazione di Genet) è un libro importante, una finestra sul passato e sul presente che ci ricorda un periodo storico che oggi viene rivalutato mediaticamente puntando tutto sulla spettacolarizzazione della musica e della moda di allora.
Aggiungo, infine, la polemica libraria. Il libro di Bergamini è un libro scomodo, un libro che non troverete impilato nei banchi centrali delle librerie, anzi, forse faticherete anche a trovarlo in libreria. È questo il vero dramma delle librerie di questi ultimi anni. Facile trovare libri che si dimenticano in poche ore. Difficile trovare libri che hanno ancora una ragione d'esistere.



12 commenti:

  1. Vero, non c'è molto in narrativa in proposito. L'anno scorso ho partecipato a un concorso 'rosa' indetto da Mondadori edicola con un racconto in cui 'lui' era sieropositivo. Non ho vinto, ma sono arrivata 2°, dunque con un po' di coraggio da parte degli autori il pubblico risulta più ricettivo di quanto gli addetti ai lavori non pensino.

    RispondiElimina
  2. Poi, suvvia, siamo quasi a Natale! Mettiamo bene in vista l'ennesima strenna papale sul Bambin Gesù (quello garantito ricaricabile e bollato in ceralacca) accanto alle ricette di Benedetta & Co. per rimpinzare la Famiglia Tradizionale. Però lascia uno spazietto perché, come avevi previsto qualche tempo fa, sta per arrivare un nuovo collante generazionale: "Irresistible' della debuttante Liz Bankes (ex giornalista free-lance, ex blogger, un curriculum a prova di bomba) scelta dalla prestigiosa casa editrice londinese Piccadilly per dare vita al primo 'pornosoft per under 18'! Perchè - spiegano - la morale è cambiata. Il sesso sadomaso è indispensabile per dar prova della maturità dei personaggi e collocarli in una dimensione contemporanea[!]" - ma stiano serene le trepide mammine, poiché il pruriginoso romanzo sotto sotto "ha al centro soprattutto la passione romantica"[!!!] - e poi, possiamo discutere l'attendibilità di una trama "costuita dopo ricerche di mercato sui presunti gusti dei lettori in una fascia d'età compresa tra i 14 e i 18 anni" ???? Certamente no. Insomma, puppatevi "la risposta per ragazze e ragazzi alle Cinquanta sfumature" e zitti. Il nuovo genere, che per contratto deve avere una definizione breve, anglofona e cretina, è stato prontamente definito 'STIMY', al vapore (non dovrebbe essere scritto STEAMY? ma in fondo, chi ci bada!) per cui preparatevi a vedere i vostri figli cucinati come manzi e a pagare pure il conto, perché vorrete mica che si sentano emarginati dai loro coetanei, De Sade in erba? Le migliori griffes per teen people (conato, chiedo scusa) hanno già annunciato varie linee di abbigliamento ispirate ai grandi zozzoni della letteratura, per un inverno all'insegna del peccato di marca.
    Dicevi dell'AIDS? Ah, sì: ma quella è roba triste e obsoleta, troppo anni '80! Non c'è manco una fiction con vampiri sieropositivi, che pretendi?! Il sesso deve far vendere, mica rattristare la gente - a meno che non sia, ovviamente, nei limiti di una bella e struggente storia d'amore ... e se anche si parlasse di malattie, che siano pulite, indolori e soprattutto funzionali alle regole ferree del melodramma. Capito?!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Beh, io un corsetto alla M.me de Saint-Ange, me lo metterei anche confesso... pure se fosse di marca! Ma le spazzole, no, mai!

      Elimina
    2. Ne 'La Cosa' i mai troppo lodati Cochi e Renato cantano "C'è chi fa quella cosa / eccitandosi con accessori così / come un libro / una tromba / od un paio di sci" - ecco, ognuno ha il proprio modo di esprimere la sessualità, e anche il sadomaso rientra tra questi, almeno fino a quando non rompe il tacito accordo che ne garantisce l'equilibrio. Per cui, il problema non è cosa si indossa in privato (o in pubblico, se si crede), ma che ormai si creino a tavolino 'fenomeni' di costume cuciti su misura su un'immagine dell'utenza che non ha niente di diverso da quella media di Mac Donald's. E poi, scusami, ma ce la possiam contare quanto vogliamo ma in 'ste fuffe le donne sembran sempre delle povere mentecatte svenevoli e uterine che non aspettano altro che di mollare carriera e famiglia per essere umiliate e sottomesse da uomini psicopatici e prevaricanti ricalcati sui fotoromanzi rosa o su certa brutta fiction tv. Giocare a fare la geisha nell'intimità insieme al partner (o ai partner, perchè no?) con la consapevolezza che non sarai ridotta a quel ruolo è un conto, confondere il proprio carnefice con il grande amore romantico in cui annullarti completamente è un altro, e di quest'ultimo tipo di condizionamenti le donne sarebbe meglio che si liberassero. La cultura popolare quando diventa cibo spazzatura per tutti fa più danni di qualsiasi pamphlet roboante, e fomenta stereotipi mai sopiti nel substrato inconscio della società. E forse non è più il caso di rimanere indifferenti o minimizzare.
      Comunque tu continua a indossare quel che ti piace, neh?!:)

      Elimina
    3. Oddìo, M.me de Saint-Ange come geisha proprio la vedo molto ma molto dura!
      Voglio dire che la letteratura erotica può avere dei pregi, ma un prdotto commerciale raramente ne ha. E quelli che descrivi tu sono esattamente prodotti confezionati, come il cibo da supermarket, quindi non mi interessano, anche per la visione dell'eroina che trasmettono, ricorrendo appunto a un'immagine antiquata e sottomessa delle donne. Cosa che difficilmente, ripeto, si attaglia a una M.me de Saint-Ange.

      Elimina
  3. Mmm quante idee mi fa venire in mente questo post. Purtroppo adesso posso scriverne una sola. Tu dici: "Viviamo in una società estremamente contraddittoria, sessuofoba, omofoba e misogina in cui, però, l'ossessione per il sesso e per il corpo (inteso come oggetto da vedere, mostrare, usare) impera su tutto. (...) Eppure non esiste la consapevolezza del sesso. Non esiste l'educazione sessuale, l'ignoranza, in questo mondo di sesso, è estrema".

    Ecco secondo me le due cose non sono in contraddizione. Sono l'una la conseguenza dell'altra. E la "stanza buia in cui calarsi i pantaloni in attesa di un volto che non si vedrà", in qualche modo pure. Magari una volta può pure incuriosire. Ma se la propria sessualità diviene solo questo... Mi pare il massimo della repressione, non della liberazione. Dario Fo una volta prendeva in giro l'idea che la liberazione della donna significasse prostituirsi. Ecco, è un po' quel tipo di paradosso lì, anche se denaro non ne passa.
    Non so se hai presente quella bellissima scena del film di Roberto Faenza "Prendimi l'anima", in cui dopo l'89 l'asilo di Sabine Spielrein in Russia, dove i bambini potevano vivere liberi e non vergognarsi della sessualità, poi devastato dagli stalinisti negli anni '30, è diventato ormai un appartamento vuoto e abbandonato, che si affaccia su un bar bordello con una prostituta a seno nudo. E' la fine del film.
    Non vorrei ricadere nella tiritera della mancanza di valori, ma il dogma che abbiamo introiettato: "per carità, ognuno fa quel gli pare", giustissimo a parer mio a livello sociale, diventa dannosissimo quando viene interpretato - e oggi lo è quasi esclusivamente - solo a livello personale, come se dovesse prevalere su qualsiasi consapevolezza responsabile (il che non è un elogio della castità!).

    RispondiElimina
  4. P.S.: siccome non si sa mai, vale la pena di precisare che nell'asilo in questione non si facevano orgie, ma si rispondeva a domande su come nascono i bambini, su come sono fatti maschi e femmine, non si nascondeva l'esistenza della sessualità anche nell'età infantile ecc. :- ), insomma cose che qualunque genitore sano sa benissimo, oggi.

    RispondiElimina
  5. Mi sono permessa di citarti in un mio post: non avrei saputo trovare parole migliori e più convincenti.
    Ciao e felice primo dicembre :!
    p.s. Tanti auguri di cuore a Cecilia!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Basta che non mi citi in giudizio! ;) grazie Solita mamma :)

      Elimina
  6. Tanti auguri, Cecilia! Meno male che ci sei tu a continuare a sognare per tutti noi... :)

    RispondiElimina
  7. Salve Marino,
    commento per la prima volta giusto per dirti che "quelli" di Barbès hanno inaugurato proprio oggi una nuova casa editrice! Buona serata!


    http://firenze.repubblica.it/cronaca/2012/11/29/news/i_cervelli_di_barbs_emigrano_a_clichy-47692192/

    RispondiElimina
  8. Nemmeno io ho mai creduto nel sesso occasionale, la sola idea di entrare in una "Dark Room" mi fa accapponare la pelle, e non solo per i pericoli dell'HIV, ma anche perchè qualcuno lì potrebbe anche, nel buio, farti del male impunemente. Per me il sesso è qualcosa che si fa con qualcuno che ami. Non me la prenderei troppo con la pornnografia in genere, molti, troppi di noi sono frustrati, perchè non sono sessualmente attraenti(per certe "sottoculture" gay se non sei un supermacho palestrato e iperdotato e hai superato i trent'anni non vali niente) o perchè vivono in contesti non esattamente gay-friendly. Comunque nulla è più stupido e dannoso dell'idea che "L'aids è la malattia dei gay" o dell'idea che siccome l'HIV si può tenere sotto controllo, allora al diavolo le precauzioni. C'è troppo sesso virtuale e poca vera educazione sessuale. Grazie anche alla chiesa cattolica e ai politici tipo Bindi e Buttiglione.

    RispondiElimina