martedì 11 giugno 2013

Riflessioni sulla qualità del lavoro

Sono qui che penso: “Ho preso la decisione giusta per Cronache, rallentare mi farà bene.” ed ecco che mi viene in mente un pezzo.
Riflettevo sul tempo che trascorriamo al lavoro, 38 ore per coloro che hanno avuto la fortuna di essere assunti diversi anni fa, 40 per i neo assunti (i primi due anni credo). Noi lavoriamo su 5 giorni compresa la domenica. Funziona così: 4 giorni da 8 ore e un giorno da sei. Un giorno di recupero. Se lavori la domenica rimani a casa un giorno in più in settimana. In questi periodi di crisi c'è da ritenersi fortunati ad avere un lavoro quindi non voglio lamentarmi. Ma la riflessione che facevo è che, effettivamente, ci hanno resi schiavi del lavoro. Tutte e tutti, non parlo solo del lavoro di libraio. Ne siamo schiavi se non lo abbiamo perché il sistema in cui viviamo si basa sul denaro e sul consumismo, riteniamo che fogli di carta e monete dalle diverse forme siano più importanti della vita stessa, ci sentiamo dei falliti se non abbiamo un lavoro, se non partecipiamo al processo produttivo e di consumo, accumuliamo oggetti, desideriamo macchine veloci, cellulari, televisori al plasma e molto altro. Molti di noi per il denaro sono disposti a svendere qualsiasi cosa. Oggi io sento i politici e i sindacalisti dire che occorre creare posti di lavoro. Giusto, giustissimo. Ma perché mai nessuno dice che occorre creare posti di lavoro dignitosi per le lavoratrici e i lavoratori?
Noi viviamo una schizofrenia costante a livello sociale. Oggi le lavoratrici e i lavoratori non sono viste/i come delle risorse ma come dei costi. L'idea di molte aziende, comprese quelle librarie, è quella di ridurre al minimo il personale senza però rinunciare agli introiti. Al contrario, nonostante si riduca il personale, a quello che rimane si chiede di fare il doppio del lavoro pretendendo risultati assurdi. L'unico risultato, purtroppo, è quello di creare un pessimo ambiente di lavoro e un clima pesissimo. Quindi non solo non si raggiungono i risultati richiesti ma si esasperano gli animi.
Scusate la riflessione pre scolastica, in questo periodo sono sempre un po' polemico.

5 commenti:

  1. Sono d'accordo con te. Si vive in funzione del lavoro e della riconoscibilità sociale che esso dà, e anche gli affetti devono adeguarsi a quest'ottica, quando dovrebbe essere il contrario ... ma se a casa non sei più in grado di scambiare due parole rilassate con coloro cui teoricamente vorresti bene, il lavoro (anche duro) diventa un buon pretesto per non affrontare la realtà, ovvero il vuoto che ti circonda. Se porti a casa due soldi, almeno, potrai credere di stare comunque 'facendo il tuo dovere'. Ma quando il paravento della 'rispettabilità professionale' crolla di colpo, ecco che finisce in tragedia poiché ti sembra che non rimanga più nulla nemmeno se hai una famiglia che ti aspetta (come faresti a 'guardarli ancora negli occhi', ora che sei disoccupato/a? come potrebbero amarti se non riesci più a 'mantenerli'? come potrebbero tutti quanti ancora 'stimarti'?).
    Ormai ci teniamo tutti d'occhio da soli: l'han proprio pensata bene, và.

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  2. Per questo e per molti altri motivi è arrivato il momento in cui è necessaria non solo una rivoluzione sociale, economica e politica, ma soprattutto culturale.

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    1. io partirei facendo assumere come testo scolastico imprescindibile "Un albero cresce a Brooklyn' di Betty Smith ...

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  3. Un saluto Marino, e buona giornata ;)

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  4. Direi che in uqesto momento la stragrande maggioranza delle persone non è schiava del lavoro per via di una macchina più grande, ma dell'affitto da pagare. E proprio il tuo racconto fa capire che sempre più lo sarà. La compressione dei costi sta facendo diventare i salari solo fonte di sopravvivenza per coprire il minimo necessario. Qualunque altro consumo scompare, ma non viene sostituito da nulla se non dalle ristrettezze e da ritmi sempre più disumanamente vittoriani che tolgono ogni tempo alle persone.

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