lunedì 23 dicembre 2013

Buone feste dal vostro libraio

Mi fermo qui, due giorni prima di Natale, e lo faccio dedicando a tutte/i voi un mio racconto che esprime bene il mio stato d'animo. Spero che i consigli per gli acquisti siano stati utili, avrei voluto consigliare tanti altri libri ma non ne ho avuto il tempo purtroppo. Vorrei però segnalarvi, prima di chiudere, il libro PUPA di Loredana Lipperini, arrivato in libreria in questi giorni, edito da Rrose Sélavy (12 euro). Storia e illustrazioni sono davvero belle ed è un regalo intelligente che aiuta contro gli stereotipi di genere.
Non amo il Natale, diciamo che lo subisco in silenzio, ma vi faccio comunque i miei migliori auguri. Spero che saranno giorni lievi.
Marino Buzzi

Un uomo banale

Sognavo di diventare il nuovo Henry Miller, di raggiungere i livelli di Charles Bukowsky e di Ferlinghetti, mostravo la mia aria sperduta e sognante in giro per i corridoi del liceo cercando di sembrare abbastanza intelligente da far colpo su qualche compagno pronto a innamorarsi della mia poesia. Spargevo fogli battuti a macchina in giro per la scuola, sui treni e sugli autobus, li facevo trovare negli armadietti dei professori tanto che alcuni, esasperati dal mio continuo tentativo di mettermi in luce, mi gettavano pezzetti di pane addolcito nel latte per farmi stare buono. Qualche “Bravo” un “Bel lavoro” e mi sentivo il giovane scrittore più in gamba della scuola. Avrei finito gli studi, mi sarei laureato a pieni voti, avrei scritto un capolavoro che avrebbe cambiato la storia della letteratura, avrei viaggiato, tenuto conferenze, sarei diventato ricco e famoso.
Cominciai a scrivere il primo romanzo in quinta superiore, presi la maturità classica e mi iscrissi a lettere. La speranza di mia madre era quella di vedermi laureato, non importava in cosa ma voleva una laurea. Il primo Sertini laureato, le sue sorelle sarebbero morte d'invidia e in paese mi avrebbero chiamato dottore. Terminai di scrivere il romanzo della mia vita al secondo anno di università, lo feci leggere a un professore prossimo alla pensione che mi guardò con aria sconsolata e mi batté una mano sulla spalla. Tre piccoli colpetti che io interpretai come un incoraggiamento. Il libro era talmente bello da lasciarlo senza parole. Due amiche di corso mi confermarono che si trattava di un capolavoro.
Il primo rifiuto arrivò all'ultimo anno di università. Nel frattempo conobbi Matilde, due anni più giovane, rimase incinta al terzo mese di frequentazione. Mi laureai che lei aveva il pancione e le acque si ruppero due settimane dopo. Nessun centodieci e lode sognato da mio padre, nessun bacio in fronte desiderato da mia madre. Un novantotto, una tesi su Miller, nessuna domanda da parte dei docenti ma era pur sempre una laurea. Nel frattempo il mio romanzo continuava a viaggiare grazie alle poste, una copia alla Mondadori, una copia alla Rizzoli, una copia a Enaudi. Ben presto le copie in visione si moltiplicarono, divennero dieci, poi venti, poi cinquanta. Riuscii a pubblicare un libercolo di poesie che ottenne un trafiletto su un giornale locale. Trenta copie vendute fra amici e parenti, una presentazione alla quale non si presentò nessuno con Matilde che si lamentava del gonfiore alle caviglie, lei che si era laureata in economia e commercio e lavorava per una grande azienda, tornava a casa e mi trovava immerso nella lettura di qualche saggio “geniale” o di un qualche libro “rivoluzionario” mentre Luigi spargeva giochi per la stanza. Qualche supplenza a scuola, sedici concorsi fatti senza vincerne neppure uno, trecentosettantaseiesimo nella graduatoria. Era chiaro che non avrei mai insegnato. Ma c'era sempre il mio libro, dopotutto, quello che nel frattempo aveva collezionato trentatré no. Tutte lettere molto cortesi: “Siamo spiacenti di comunicarle... bla, bla, bla... non conforme alla linea editoriale... bla, bla, bla....”. Ogni tanto i giornali parlavano di qualche giovane autore che aveva sfondato alla prima, un Enrico Brizzi qualunque che aveva scritto di insulse storie d'amore giovanili, leggevo con disgusto dei primi posti in classifica di questi personaggi, nessuno era all'altezza del mio scritto, nessuno aveva il mio talento. Al trentaquattresimo rifiuto mi convinsi che era in atto un complotto contro di me. Ero troppo bravo, gli altri autori, la Lobby degli scrittori senza talento, impediva alle case editrici di pubblicarmi. Nel frattempo qualche supplenza a ragazzini svogliati, annoiati e senza speranza. Si sarebbero sposati, avrebbero messo al mondo dei figli, avrebbero fatto lavori inutili e mal pagati. Al trentasettesimo rifiuto mi trovai un lavoro in una ditta di dolciumi. Confezionavo caramelle, io, il primo Sertini laureato della storia, e mentre ero lì che insaccavo palline colorate che avrebbero cariato i denti a molti bambini capii che avevo sbagliato tutto. Scrissi così un nuovo romanzo, altri due anni, convinto che questo avrebbe spopolato e mentre scrivevo sognavo ad occhi aperti di incontri straordinari con i pilastri della cultura, inviti in tv, recensioni sui maggiori quotidiani. Una volta terminato lo feci leggere a mia moglie che si era rasserenata visto che ora c'era uno stipendio fisso in più e assecondava le mie fantasie con rassegnazione. Aveva corretto alcune parti e poi mi aveva detto “bravo” e io ero ripartito all'attacco. Prima una, poi due, poi tre, poi quindici, poi trentasei, poi settantadue case editrici. Al primo rifiuto mi chiusi in bagno e piansi violentemente. Al sedicesimo rifiuto mio padre morì, ischemia cerebrale. Decisi che avrei dedicato a lui il mio primo romanzo. Nel frattempo un altro giovane scrittore ebbe la meglio sulle mie aspirazioni. Odiavo profondamente questi inutili parassiti che scrivevano di niente. Leggevo i loro romanzi avidamente per poi commentare pieno d'ira che si trattava di sterco antiletterario, lo dicevo a mia madre, lo dicevo a mia moglie, lo dicevo agli amici e ai colleghi. A qualcuno di loro il libro dell'inetto era persino piaciuto. “Povera letteratura” commentavo fra me, desolato, scuotendo il capo.
Continuavo a dire a me stesso che la mia era letteratura impegnata che non tutti avrebbero capito.
Infatti non la capì nessuno.
Ma fu alla soglia dei quaranta che accadde un evento straordinario, la cosa che avrebbe per sempre cambiato la mia vita.
Luigi, mio figlio, sedici anni appena compiuti, pubblicò il suo primo romanzo. E, no, non lo pubblicò con una piccola casa editrice. Lo fece con una delle più grandi case editrici d'Italia. Un romanzetto che avevo bollato come inutile, un fantasy pieno di personaggi improbabili che si accoppiavano con creature fantastiche e tagliavano teste. Copiature di libri copiati da altri libri che, a loro volta, erano brutte copie di originali scadenti.
Quando entrò nel mio studio, mentre io ero intento a scrivere un nuovo romanzo impegnato, era così felice che rimasi impietrito. Stava provando quella gioia, quel brivido intenso che io avevo aspettato tutta la vita. Gli misi una mano sulla spalla e cercai di distendere i muscoli del volto: “Bravissimo!” dissi con troppa enfasi, ascoltando la mia voce stridula.
Il libro di Luigi uscì dodici mesi dopo e si piazzò immediatamente ai primi posti della classifica dei libri più venduti. A casa telefonavano giornalisti e fan, arrivavano mail di ogni genere, il suo profilo Facebook era pieno di richieste d'amicizia. Io guardavo il mio, cinquanta amici e zero richieste, tutti che mi facevano i complimenti per il successo di Luigi.
Quel piccolo bastardo, quella piccola serpe che avevo allevato e nutrito, quel ladro di sogni e aspirazioni che mi aveva rubato il posto nell'olimpo della letteratura grazie a un libro orribile e pieno di errori. Quando mia moglie mi costringeva ad accompagnarlo alle presentazioni mi mettevo infondo alla sala oppure giravo per librerie piene di sterco cartaceo, la mia rabbia, la mia frustrazione era così forte che quando mi chiedevano se quel giovincello di successo fosse mio figlio rispondevo di no, che ero solo uno che lo accompagnava in giro, che suo padre era molto malato e che quel ragazzino viziato, invece di scrivere libri del cazzo, avrebbe dovuto occuparsi di più di suo padre. Proprio così dicevo: libri del cazzo, e chi mi aveva rivolto la parola se la dava a gambe e mi lasciava nella mia triste solitudine.
Il secondo libro di Luigi andò meno bene del primo ma fu comunque un successo. Raccontavo menzogne a me stesso, dicendomi che, dopotutto, il suo libro non era andato poi così bene. Fingevo di non vedere i premi, le interviste. Arrivarono poi anche i passaggi televisivi. Sua madre era entusiasta, così orgogliosa di quel piccolo ladro bastardo, di quell'inconsapevole patricida. E non era bastata la dedica del suo terzo libro (“a mio padre”) a mettere a posto le cose. Che figlio aspetta il terzo libro per dedicarlo al proprio padre?
Quando se ne andò di casa fu quasi un sollievo, lo aiutai con il trasloco, portai a casa sua tutti i premi, le foto, i ritagli di giornali. Quando ebbi nuovamente la casa libera mi chiusi nel mio studio e strappai le pagine di ogni suo libro. Alla fine mi facevano male le braccia, poi le raccolsi in mezzo alla stanza e ci pisciai sopra. “Vai all'inferno piccolo ladro bastardo!” dissi mentre lo facevo dicendo a me stesso che ora mi sentivo meglio.
Evitavo quotidiani, televisioni, internet. Non andavo più in libreria. Ero diventato stranamente taciturno al lavoro, avevo smesso di parlare dei miei libri anche se tutti continuavano a parlarmi dei libri di mio figlio. Spesso dormivo sul divano, mentivo a mia moglie dicendole che mi faceva male la schiena. Colpa del letto. Sul divano stavo molto meglio. La verità era che non volevo condividere lo stesso letto con la persona che aveva tenuto in grembo e poi allattato quel piccolo mostro che aveva distrutto i miei sogni.
Al cinquantesimo rifiuto del mio nuovo romanzo raccolsi tutta la mia roba da scrittore, il vocabolario, il computer portatile, la stampante, i precedenti capolavori rimasti inediti, il ritaglio di giornale che parlava del mio unico libercolo edito da una casa editrice fallita ormai da sette anni e li gettai nel cassonetto davanti a casa. In piena notte attento a non farmi vedere.
Il giorno dopo andai a comprare un computer nuovo di zecca, lo portai nel mio studio, andai al lavoro, bevvi del caffè e mangiai un panino. Tornai a casa, feci finta di interessarmi alla giornata lavorativa di mia moglie, evitai di rispondere alla chiamata di Luigi e quando lui chiamò sua madre mi chiusi in bagno urlandole dalla porta che lo salutavo tanto e che lo avrei chiamato più tardi. Poi, quando Matilde si fu addormentata, gettai tutti i miei libri di letteratura, accesi il computer e guardai della pornografia.

7 commenti:

  1. Bellissimo questo racconto Marino, complimenti!
    Angela

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  2. Molto bello, sei riuscito a rendere alla perfezione l'anima di questo piccolo uomo.

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  3. Molto bello, grazie per tutti i consigli, auguri anche a te

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  4. E' un pò la storia della tua vita?
    Buone feste!

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    1. Diciamo che lo sconforto c'è. Ma sono uno combattivo.

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  5. Anche se non ci credi, anche se non sei credente, anche se ti fa cagare
    Buon natale.

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  6. Buone Feste, Marino!
    Passa dei giorni sereni! :)

    minty

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