giovedì 28 febbraio 2013

Panino, insalata o... libro?

Giusto per fare capire a tutt* voi quanto sia importante per me leggere i vostri messaggi e vedere che il blog gode di buona salute voglio approfittare di un nuovo spunto di riflessione che questa volta mi viene da Chicca.
Si parla, ancora una volta, di prezzi di libri e di educazione alla cultura.
Prima di farlo però, come al solito, faccio alcune considerazioni (non mi ci mandate dai!)
Sento spesso dire che la cultura deve essere di tutti. È un'affermazione che vale, a mio parere, nell'idea, bellissima e rivoluzionaria, che la cultura debba essere alla portata di tutti.
Di fatto, dal mio punto di vista, lo è.
Nelle biblioteche possiamo andarci tutti, gratuitamente. Posso entrare in libreria e sedermi a leggere un libro anche senza comprarlo (da noi succede spessissimo), ci sono giorni in cui posso andare a visitare gratuitamente mostre e bellezze artistiche (lo ammetto sono pochissimi i giorni ma ci sono, pensiamo alle iniziative FAI), al cinema esistono giorni e orari con prezzi ridotti. Il teatro è un discorso a parte ma per come è messo il settore non mi sento nemmeno di parlare del prezzo dei biglietti teatrali.
Però la cultura andrebbe anche conquistata. Nessuno dice che la cultura è facile. Non lo è affatto, al contrario. La cultura è impegno, è curiosità, è studio. Oltre che bellezza. È come se io mi lamentassi di aver messo su 4 kg e non facessi nulla per perderli. Se voglio un corpo scolpito è ovvio che devo fare fatica e andare in piscina o palestra o a correre. Perché con la cultura dovrebbe essere diverso? Oggi tutti noi abbiamo l'opportunità di andare a vedere una mostra ma senza conoscere il “contenuto” le idee, gli stili... vedremo solo dei quadri appesi al muro senza comprendere ciò che c'è dietro. Spesso sento dire che l'arte medievale è facile. Sbagliatissimo. Nell'arte medievale ci sono simboli, icone, personaggi che danno un senso del tutto particolare all'opera. Stessa cosa nell'arte contemporanea. Se non conosco l'idea che ha spinto un artista a fare una certo quadro per me saranno solo scarabocchi senza senso.
La seconda cosa riguarda, ancora una volta, il prezzo del libro.
Non voglio ripetere ancora le stesse cose, ognuno ha la sua idea in merito, preferisco portare un esempio: Il grande libro delle stelle di Boitani, Il mulino 65 euro.
Posso contestare il prezzo del libro, posso non avere 65 euro, posso averli ma non da spendere nel libro.
Però cosa c'è dietro questo libro? 4 anni di studio, una ricerca bibliografica incredibile, immagini (e relativi diritti). Posso, davanti al lavoro di uno studioso come Boitani, un lavoro certosino e immenso, affermare, in tutta coscienza, che 65 euro sono tanti?
Alto esempio: Il libro della Barbara D'Urso costa 18 euro.
Allora alcune considerazioni:
Non è vero che tutti i libri costano tanto, ne abbiamo già parlato, abbiamo già parlato anche delle campagne promozionali, ricordo che all'estero i libri costano in media meno ma in molti paesi europei lo sconto non esiste (io mi sento chiedere lo sconto anche sui libri che costano 5 euro). Anche fra i libri che costano tanto, con tutto il rispetto per la D'urso, si possono fare delle forti distinzioni. Io per un libro di Boitani 65 euro li spenderei (ovviamente in base alle mie disponibilità) 18 per un libro come quello della presentatrice, francamente, no. E con questo non voglio fare lo snob. Dico che alcuni libri lo meritano il prezzo alto (per lo studio, per la ricerca, per il tempo, ecc...) e altri invece no. Ancora una volta, dal mio punto di vista, non si può generalizzare.
Passando “all'educazione” alla lettura posso finalmente ricollegarmi al messaggio di Chicca e a una frase in particolare che mi dà l'opportunità di parlare di letteratura affrontando un altro tema che mi sta particolarmente a cuore: il cibo.
Chicca (e dammi del tu ti prego, non sono così vecchio e anche se lo sono faccio di tutto per non sembrarlo) scrive, a proposito del prezzo dei libri:
“E' come il discorso che sento fare a proposito dell'obesità o sulle malattie cardiovascolari in aumento ecc ecc: non esisterà mai un educazione alimentare corretta se un insalata o un piatto di verdura continuerà a costare molto di più di un hambuger da 1 euro che viene venduto da McDonalds”
Ancora una volta non è, a mio parere, una questione solo di prezzo.
Nella maggioranza dei casi, quando nasciamo, veniamo educati al consumo di carne, pesce, verdure ecc... ma, spessissimo, è la carne il cibo che viene prediletto a livello culturale. Chi di noi non si è sentito dire che senza la carne non si diventa grandi? Mia madre ha avuto una crisi di nervi quando ha saputo che non la mangiavo più. Sono certo che se mettessimo allo stesso prezzo una minestra di legumi e un panino del McDonald's molte persone sceglierebbero il panino. Perché è più gustoso, perché c'è la carne, perché, per molti, il McDonald's è un simbolo, è cool, è fico.
Mangiamo carne perché siamo abituati a farlo, perché è radicato nel nostro retaggio culturale, perché pensiamo di non poterne fare a meno.
Leggere è fatica, è passione. Non è facile come aprire una pagina Facebook, significa che devi ricavarti uno spazio per te, isolarti dal mondo per poter entrare in un'altra dimensione, devi immaginare i personaggi, la storia. Non la puoi vedere sul cellulare. Siamo certi che se da domani i libri costassero 1 euro aumenterebbero i ragazzi che leggono? Io credo di no. Aumenterebbero i pezzi venduti perché chi già legge farebbe incetta di libri. Forse si riuscirebbe anche a convincere qualche nuovo acquirente a leggere ma non credo che sarebbe una cosa così immediata.
L'amore per i libri e la lettura non si impone, naturalmente, così come non si impone un cambio di dieta. Un individuo deve essere preparato, deve trovare sul proprio cammino persone che gli facciano conoscere i libri. Quanti genitori leggono le fiabe ai bambini? Quanti comprano loro libri? Quanti professori cercano, al di là di tutte le difficoltà che il mestiere oggi impone, di far innamorare i ragazzi e le ragazze ai libri? O è più facile imporre, seguendo il programma, i Promessi sposi? La scuola dovrebbe essere condivisione, si dovrebbe avere l'opportunità di fare cultura (cinema, musica, teatro, letteratura). Mancano i fondi, manca la “cultura” della cultura e questo non avviene. Anche se credo che si debba partire proprio in famiglia per dimostrare alle nuove generazioni che leggere può essere un esercizio meraviglioso.



mercoledì 27 febbraio 2013

Ma quanto so' simpatico...

Si avvicina un ragazzo:
“Ciao tu sei Marino Buzzi?”
“Dipende...”
“Da cosa?”
“Se ti devo dei soldi, se mi vuoi menare o se abbiamo fatto insieme cose indicibili di cui non ricordo nulla... no! Per tutto il resto sì, sono io.”
“Devo solo consegnarti delle Brochure per l'evento di domani...”
Ok aspetta, vado a prendere una pala e comincio a scavare...

martedì 26 febbraio 2013

Riflessioni su Cronache dalla libreria (il blog!)

Parto da un pezzo che ho postato sabato su Cronache dalla libreria (Tristezza) per fare qualche considerazione tenendo conto, prima di tutto, dei commenti che si sono susseguiti ora dopo ora.
Prima però voglio mettere in chiaro un paio di cose. La prima è che questo non è un pezzo per giustificare ciò che scrivo sul blog. Io credo che Cronache dalla libreria sia un blog equilibrato, chi, come me, scrive o aggiorna quotidianamente il proprio blog sa che non è cosa facile. Trovare continuamente nuovi spunti per scrivere qualcosa è piuttosto impegnativo, fortunatamente esiste quello che io definisco un “substrato” culturale in questo paese che merita grande attenzione e che mi dà l'opportunità di trovare continui spunti di riflessione. La seconda cosa che vorrei dire è che, ovviamente, questo non è un post contro qualcuno, in particolare non è un post contro Claclina che ha dato vita, attraverso il suo commento, a una serie di considerazioni fra molte persone che seguono Cronache.
Però credo sia giusto fare un po' di chiarezza su alcuni punti.
Il pezzo che ho scritto sabato raccontava di due ragazzi. Uno diceva: “Dodici euro per un libro di merda!” e l'altro rispondeva: ““Che poi è solo un libro, mica qualcosa, cioè, qualcosa di importante!” . Chissà perché l'attenzione si è concentrata sulla frase del primo ragazzo e non su quella del secondo.
Questo paese vive la cultura come un peso, l'idea imperante di questi ultimi vent'anni è stata una cultura di massa che preveda costi zero per un libro (poi non importa se il libro è un buon libro oppure no), tette e culi in televisione, soldi pubblici spesi per megacostruzioni o mega imprese, armi, cene di rappresentanza e molto altro mentre il bene comune, la cultura di tutti, il nostro patrimonio storico e culturale è stato abbandonato alla deriva. “Con la cultura non si mangia” ha detto una volta Tremonti. E, purtroppo, chi si ostina a fare cultura sa bene che (anche a causa di gente come Tremonti) mangiare con la cultura è diventato sempre più difficile.
Ora, come avrete avuto modo di leggere sul mio blog ( e spero che il concetto sia chiaro) io non derido le clienti e i clienti della libreria. Sarei un idiota se lo facessi. Cerco sempre di essere il più attento e delicato possibile, non mi permetterei mai di raccontare vicende legate a clienti fissi, per esempio, e quando scrivo degli altri cerco sempre di modificare le situazioni in modo tale che la persona descritta (e mai citata con nome e cognome) non si riconosca. Quando mi capitano esperienze in cui ci sono atteggiamenti maleducati li racconto così come sono perché tutto ha un limite e credo che sia un buon modo per riflettere sulla nostra quotidianità e su come ci rapportiamo agli altri. Non ho mai offeso nessuno, alterno riflessioni, scenette e parlo di libri. Questo blog nasce come un diario ironico in cui non si ride “di” ma “con”. Se non raccontassi le scenette divertenti il blog apparirebbe così:
“Buongiorno, posso aiutarla?”
“Sì, sto cercando il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein.”
“Certo, eccolo qua. Posso esserle utile in qualche altro modo?”
“No, grazie. La cassa è di sopra?”
“Sì, vicino all'uscita.”
“Grazie.”
“A lei. Buona giornata!”
Credo che dopo tre post di questo genere abbandonereste in massa Cronache dalla libreria.
Quando mi succede qualcosa di divertente non penso: “Mamma mia quanto è ignorante questo!”
Penso: “Grazie! Questa è davvero carina per il blog.”
Non c'è in me nessuna voglia di prendere in giro la gente, sono stato vittima di un bullismo piuttosto feroce quando ero un ragazzino, sarei un povero idiota se mi prendessi gioco di qualcuno. Nonostante cerchi di trattare i vari argomenti con il maggior tatto possibile e con delicatezza mi rendo conto che alcuni scritti possono suonare stonati. Ma siete tutte persone che hanno letto pagine e pagine del blog. Vi sembra che ci sia da parte mia l'intenzione di prendere per i fondelli qualcuno?
Ora, permettetemi un passaggio da scatola cinese.
La settimana scorsa sono quasi stato investito, mentre attraversavo sulle strisce pedonali, in pieno centro a Bologna, da una macchina. Sul mio profilo Facebook ho scritto che il guidatore in questione poteva infilarsi la patente dove non batte il sole. Risultato? Per un mio contatto Marino Buzzi soffre di omofobia interiorizzata. Vietato, se sei un omosessuale, dire la parola culo. Che, attenzione, neppure ho detto fra le altre cose. Se lo fai hai qualche problema di omofobia interiorizzata. E stiamo parlando di me, una persona attentissima al linguaggio, che porta avanti battaglie contro gli stereotipi di ogni tipo, contro i razzismi, che cerca sempre di essere corretto verso gli altri, un attivista, da anni, per i diritti omosessuali e delle donne. Non ti puoi lasciare andare un attimo alla rabbia che subito qualcuno ti attacca. In questo senso credo che il grosso limite delle tecnologie sia proprio questo, Facebook ecc... ci spingono ad essere superficiali. Vediamo una foto e non ci chiediamo se la foto è vera o no, leggiamo una frase e non guardiamo cosa c'è dietro. È la tecnologia bellezza e la prendo per quella che è consapevole che la vita vera è tutta un'altra cosa.
Ma torniamo ai due ragazzi del post.
Io lavoro in libreria tutto il giorno. I libri sono la mia vita. Leggo in treno, leggo a casa, leggo al parco, leggo prima di dormire, leggo in ferie, leggo anche quando vorrei solo accasciarmi a terra e nascondermi la testa fra le ginocchia. A casa mia, anche grazie all'amore condiviso per i libri che ha il mio compagno, sembra di stare in libreria. Abbiamo persino messo tutto in ordine per autore e diviso narrativa dalla saggistica. I libri sono per le scale, in bagno, dietro il divano, in camera da letto e il mio unico rimpianto è che non li leggerò mai tutti. Sentire qualcuno parlare di un libro come di un libro di merda mi ferisce. Punto. Io non so se questo ragazzo avesse problemi di soldi oppure no, non lo so io così come non lo può sapere Claclina. Fatto sta che il suo amico considera i libri come qualcosa di NON importante. E questo è già abbastanza per me.
E, attraverso questo passaggio, mi collego ad altri due fattori: il prezzo dei libri e gli stipendi.
Negli ultimi tempi, anche grazie a politiche portate avanti da alcune case editrici (positive o negative... ho gia espresso più volte il mio parere), il prezzo di libri di narrativa è calato. Non dite di no perché sappiamo tutti che è così. Inoltre, anche se la legge Levi ha limitato e abbassato gli sconti, basta entrare in libreria per rendersi conto che ci sono continue campagne promozionali. Non ci credete? Attualmente la collana Grandi classici della Baldini e Castoldi è in sconto al 25%, Piemme Bestseller è in sconto al 25%, Einaudi Tascabile è in sconto al 25%. Fra un po' comincia Mondadori tascabili e Mulino su tre collane. Da noi sono in sconto i titoli Donzelli al 15% e una scelta di titoli de Il Saggiatore, inizierà presto la San Paolo, è appena finita la campagna Sperling Paperback giusto per citarne una. Per non parlare di tutte le altre campagne che si fanno durante l'anno. Campagne che si ripetono ogni 3 o 4 mesi. Volete lo sconto sulle novità? A volte i titoli escono scontati già al 15%. Inoltre ci sono tessere di ogni genere che vi permettono l'accumulo di sconti. Volete lo sconto immediato su tutto? Fatevi un giro on line e vedrete tutte le offerte. Il rilegato vi costa troppo? Solitamente dopo sei mesi trovate già la versione economica.
Discorso diverso per la saggistica. A parte alcune collane i prezzi sono ancora consistenti. Però parliamo un attimo di cosa c'è dietro un libro e permettetemi un altro esempio (il post sta diventando lunghissimo).
Siete i produttori di un formaggio di qualità. La mattina vi svegliate alle 4, andate a mungere le Mucche (avete ancora le mucche che portate al pascolo, non come nella produzione di massa in cui le povere mucche vengono ingabbiate in una catena di montaggio e spremute come limoni. Scusate sempre la mia anima vegetariana e animalista), date inizio al processo di creazione del formaggio, ci mettete giorni, energie, fatica, investite tempo e denaro. Poi andate al mercato e vendete il formaggio a 12 euro al kg e qualcuno vi rimprovera che il vostro formaggio “di merda” costa troppo.
Ecco, dietro un libro c'è un'idea di base. Poi c'è un'autrice o un autore che rende possibile il passaggio dell'idea dalla mente al computer. L'autrice o l'autore in questione, visto che con i diritti dei libri non si campa (quando hai quello che molti considerano il “privilegio” di essere pubblicato perché non sia mai che qualcuno ha delle qualità vere, ha avuto solo la fortuna di pubblicare o è un privilegiato o è un raccomandato), i diritti si aggirano intorno al 6% (quando te li danno), presumibilmente farà un altro lavoro e quindi, per scrivere, sottrarrà tempo ad altro. Certo scrivere è un piacere e nessuno ti punta una pistola alla tempia ma qui torniamo sempre al solito discorso che se fai cultura sono solo fatti tuoi e non vorrai mica dire che scrivere è uguale ad andare a lavorare in miniera o in fabbrica, vero? Bene. Se una casa editrice decide di pubblicarti c'è qualcuno che ti aiuta con l'editing. Poi c'è la stampa, i costi di distribuzione, la pubblicità. Il libro arriva in libreria e c'è qualcuno che lo sistema e che lo vende. Dietro a tutti questi passaggi ci sono delle persone che vanno pagate, ci sono dei costi da sostenere. Cosa ti fa pensare di essere in diritto di pagare un libro 2 euro e di considerarti comunque un eroe per questo? La cultura è di tutti? A parte che, diciamocelo, è una gran presa per i fondelli questa storia della cultura di tutti e basta guardarci in giro per rendercene conto, se non hai le possibilità economiche, e, purtroppo molti non le hanno, esistono le biblioteche oppure i negozi di libri a metà prezzo (molti sono bellissimi, fateci un giro).
E dai costi arrivo allo stipendio (magari date un'occhiata ai messaggi lasciati al post di sabato).
1000 euro al mese sono pochi. Lo sono per me che vendo libri e lo sono per l'operaia che costruisce pezzi meccanici per le macchine. C'è sempre qualcuno che sta peggio, e su questo non ci piove. Quindi quello che prende 800 euro considera un privilegiato chi ne guadagna 1000. Chi ne prende 400 considera un privilegiato uno che ne prende 800, chi ne prende 150 considera un privilegiato chi ne guadagna 400 e chi non guadagna nulla si rivolge a chi ne prende 150 dicendo “almeno tu hai 150 euro al mese”.
È una guerra fra poveri e così facendo non ne usciamo vivi. Chi ha il lavoro contro chi non ce l'ha, chi comincia a lavorare ora contro chi è in pensione, giovani contro vecchie così via. Forse si dovrebbe indirizzare la propria rabbia verso i veri colpevole dello sfacelo che ci circonda.
Ultima considerazione che potrebbe avere come titolo: “L'invasione degli ultra raccomandati!”.
Siamo il paese delle raccomandazioni, certo, ma è anche vero che ormai ci è entrata talmente nella testa che le vediamo ovunque. Io sono entrato in libreria per puro caso. Un giorno la signora presso cui avevo in affitto una stanza mi ha detto: “Devo andare in libreria, perché non vieni con me e non porti il curriculum?”. A quel tempo lavoravo, con contratto Co.Co.Pro. presso il comune di Ferrara e mi avevano detto da qualche giorno che non mi avrebbero rinnovato il contratto. Sono andato con Luciana in libreria, lei mentre parlava con una delle dipendenti le ha fatto presente che cercavo lavoro, ho consegnato il mio curriculum, la libraia mi disse che cercavano un magazziniere e che forse ero troppo qualificato per quel ruolo. Io l'ho guardata e le ho detto che ero pronto a fare qualsiasi cosa. Lei lo ha consegnato alla direttrice. Il giorno stesso ho ottenuto un colloquio, ho fatto una buona impressione alla direttrice, eravamo in quattro candidati, dopo un mese mi hanno messo alla prova. Prima tre mesi con un contratto di cui non ricordo la sigla. Mi sono fatto un mazzo tanto, ho fatto una buona impressione e sono entrato prima a tempo determinato e poi fisso. Devo considerarmi un raccomandato perché Luciana mi ha chiesto di accompagnarla in libreria? Nelle librerie della catena per cui lavoro, che io sappia, non ci sono figli, fratelli, nipoti di.
Qualche anno fa hanno fatto lo stage formativo nella nostra libreria alcune ragazze che stavano facendo il corso per le librerie Coop. Ragazze che si sono impegnate, hanno lavorato, hanno studiato. Fra loro non mi risulta ci fossero sorelle, cugine, figlie, parenti di.
Evidentemente non basta raccontare la vita della libreria per essere creduto. Oggi i curriculum che arrivano, e ne arrivano decine e decine al giorno, vengono messi in un cassetto in attesa. Non sappiamo quanto durerà questa attesa. Le librerie (parlo in generale) sono in crisi, stanno chiudendo, le collaborazioni sono state tagliate, gente molto valida e preparata è stata messa a casa. Coop e Hoepli hanno messo in cassa integrazione le libraie e i librai, FNAC, come sapete, sta chiudendo. Le altre catene non se la passano di certo bene, le piccole librerie scompaiono nel silenzio. Se non riuscite ad entrare a lavorare in libreria non è perché c'è qualche raccomandato che vi ruba il posto di lavoro. È perché il posto di lavoro NON c'è più!
Avete subito un torto? Qualche raccomandato vi ha rubato il posto? Male, malissimo! Denunciate la cosa facendo nomi e cognomi. Però, per favore, evitiamo di dire che ci servono le raccomandazioni per qualsiasi cosa ormai.
Bene è venuto fuori un post lunghissimo e vi chiedo scusa.
Avevo cose da dire.
E le ho dette.
Marino.

lunedì 25 febbraio 2013

Luca. Libraio FNAC. Parte prima

Continuiamo a parlare di FNAC e di quello che sta accadendo. Nei giorni scorsi, leggendo alcuni dei messaggi lasciati in coda al mio pezzo, ho notato che molte persone mettevano in evidenza solo l'aspetto “commerciale” o “espositivo” del negozio. Ognuno di noi ha una propria idea di quale sia la libreria ideale, neppure io amo i megastore, nonostante ci lavori. Però se domani mi dicessero che la libreria per cui lavoro chiude il mio mondo andrebbe in pezzi. Normale, direi. Così come è normale che vengano meno gli equilibri famigliari, sociali, relazionali di ogni persona che perde il lavoro. Perché significa passare da uno stato di “sicurezza” a uno di “imprevidibilità”. E se a vent'anni puoi anche permetterti di pensare che forse il tuo futuro è altrove o che puoi fare altro nella vita a quaranta vedi le cose in modo diverso. Nel momento in cui scrivo questo pezzo non so ancora nulla di Luca. So che lavora in FNAC e che è stato, per ora, l'unico a darmi la sua disponibilità ad apparire sul blog. Nei prossimi giorni parleremo con e di lui. Oggi però voglio farvi leggere un pezzo che ha scritto.
Perché dietro agli scaffali, in mezzo ai libri, non importa se di una libreria di catena o se di una libreria indipendente, ci sono persone.
Tutti i lavori hanno uguale importanza, tutte le persone dovrebbero avere uguale dignità. Però quando chiude una fabbrica è più facile che ci sia un effetto mediatico. Quando chiude una libreria, invece, magari c'è qualcuno che pensa che, dopotutto, non è un gran male. Che tanto ce ne sono altre. Che era solo un supermercato del libro. Che i “commessi” erano scortesi. Che i libri costano meno se li compro on line.
Bene. Però per ogni libreria che chiude, dietro ogni serranda che si abbassa, ci sono persone con nomi, volti e storie.
Questa è quella di Luca.


“E’ frustrante, ma non se lo meritano.
E’ umiliante, ma non se lo meritano.
E’ triste, ma non se lo meritano.
Non si meritano niente.

D’accordo, era un posto di lavoro, non era mia l’azienda però negli ultimi 5 anni ho speso qui dentro più tempo e ore in valore assoluto di qualsiasi altro posto, più di casa mia, più del letto di casa mia dove mi coricavo a dormire dopo aver finito il turno alle 10 di sera.

E ti fanno sentire come se fosse tua la colpa, come se fossi stato tu che hai fatto chiudere il negozio, come se fossi tu quello che non ha saputo dare la marcia in più quando c’è una crisi mondiale, creata da loro, sì, creata anche dai “padroni” – e voglio proprio usare questa parola dal sapore antico ma ancora attualissima – di Fnac. I grandi manager, quelli che hanno studiato economia all’Università, e poi magari frequentato un Master alla Business School di Londra e chissà che altro; loro, che non sanno nemmeno il patrimonio che hanno disperso, un “brand” diverso, innovativo fondato quasi 60 anni fa da 2 due militanti marxisti della corrente trozkista (!) con ben altre intenzioni e altro spirito.

Non parlo di questo, parlo del patrimonio fatto di ragazze e ragazzi, donne e uomini che in questa azienda hanno creduto, che hanno gioito quando sono stati assunti, che si ritenevano tra gli ultimi fortunati, “che hai un contratto a tempo indeterminato? Ma davvero…”. E gli amici ti invidiavano perché potevi pensare a programmare un futuro, non dico a sposarti e comprare casa e metter su famiglia (tanto il mutuo non te lo danno nemmeno se hai il contratto a tempo indeterminato) ma magari potevi sentirti un po’ più tranquillo, pensare che tra qualche anno, passata la crisi, avresti avuto una buona base per ripartire.

E invece, niente. Non si meritano niente.
Luca Cardin”

sabato 23 febbraio 2013

Tristezza...

Un ragazzo, passando accanto alla mia postazione, a un suo amico:
“Dodici euro per un libro, ca..o! Ti rendi conto? Dodici euro per un libro di m...a!”
“Che poi è solo un libro, mica qualcosa, cioè, qualcosa di importante!”
E che vi devo dire, signori e signore, mi vien solo voglia di cantare:
Tristezza
per favore va via
non aver la mania
di abitare con me

ormai dipingerò di rosso la mia stanza
appena parti lo farò
al posto tuo ho già invitato la speranza
e finalmente vivrò.

venerdì 22 febbraio 2013

Libraio invidioso...

Un gruppo di ragazzine (età media 12 anni) scende rumorosamente le scale, cinguettano, ovviamente, degli One direction:
“Sono di là! Sono di là!”
Urla una di loro tanto che mi viene il dubbio che gli One Direction siano in libreria e, cavolo, io non mi sono nemmeno fatto fare un autografo! Invece. Ovviamente, ci sono solo i libri del gruppo musicale. Le ragazzine si fiondano nella saletta di musica e arte e cominciano a guardare tutti i libri dei loro miti. Nel frattempo, io che sono un libraio crudele e geloso che odia la vita, sto facendo una pallosissima cedola Mondadori (per una campagna sconti che partirà a marzo). Loro continuano ad urlare e fare strani versi conditi di parole sdolcinate come: “amoreeeeeeeeeeeee!” o “Che figoooooooooo!” o ancora “lo sposereiiiiiiiiiii!” così, da bravo Grinch quale sono, mi apposto silenziosamente dietro di loro e, con voce alta e acuta, comincio a dire: “Sì, mamma mia! È davvero un fico! Lo voglio sposare anche io!”.
Silenzio di tomba, le ragazzine si voltano a guardarmi come se fossi un marziano poi, tutte scocciate, prendono un paio di libri degli One Direction e se ne vanno. Mi volto verso una cliente divertita: “Odio gli One Direction!”.

giovedì 21 febbraio 2013

La banalità del male ( Hannah Arendt mi perdoni)

C'erano una volta dei mostri che spaventavano l'immaginario collettivo. Erano spesso mostri che, a volte inconsapevolmente, altre volontariamente, facevano del male agli esseri umani, vivevano in luoghi oscuri e dimenticati, oppure si aggiravano fra le strade di città deserte o in mezzo a campagne notturne.
Erano spaventosi, dei reietti, odiati dai mortali, temuti. A volte capitava che qualcuno fra questi mostri facesse intravvedere un briciolo di umanità. Spesso, alla fine della storia, si tiravano in ballo grandi questioni etiche: il voler sostituirsi alla natura, il consumismo, il desiderio di vivere per sempre. I nostri mostri non erano mai felici, vivevano la propria condizione come dei miserabili, incapaci di creare empatia con il mondo di fuori. Anche se a volte capitava che qualcuno di loro si innamorasse. Soprattutto, credo, erano figure che servivano a ricordarci ciò che potremmo diventare rinunciando alla nostra umanità. Anche se poi, spesso, leggendo le varie storie ci si chiedeva chi fosse da considerare più umano.
I vampiri indossavano lunghi mantelli, avevano enormi canini, si trasformavano in pipistrelli, bevevano il sangue degli umani, morivano se si esponevano alla luce del sole, se qualcuno gli conficcava un paletto nel cuore, scappavano davanti a croci, acqua santa e aglio. Gli zombi, invece, si trascinavano da una parte all'altra della città, lenti, marcescenti, in cerca di cervelli da degustare, con tutto il loro carico sociologico sulle spalle. La paura della morte, il riproporsi dei temi religiosi (esiste il paradiso? E l'inferno? E se esistono perché questi continuano a camminare sulla terra? O forse è questo il nostro inferno?) e spirituali, il ripetersi di quei gesti tanto cari a noi umani (a chi, scendendo nel sottopassaggio della stazione o della metropolitana, in fila per salire su un autobus o alla cassa del supermercato, non sono venute in mente, almeno una volta, le scende dei film di Romero?).
I lupi mannari ululavano alla luna subendo un'orribile trasformazione, si alzavano la mattina, dopo una notte di luna piena, nuovamente umani, inconsapevoli di ciò che era accaduto la notte precedente, sporchi di sangue, logorati dal dubbio.
Poi i vampiri si sono evoluti. Sono diventati tormentati e pieni di dubbi, hanno cominciato a guardarsi allo specchio, a non temere più le croci e i paletti conficcati nel cuore. I vampiri “romantici” di Anne Rice, belli e dannati, bisessuali ed eccitanti, novelli Dorian Gray vampireschi (con il nuovo sangue il corpo si trasforma in suprema bellezza), giovani ed attraenti. Per sempre. Il passaggio al cinema ha consacrato poi i vampiri a idoli delle e dei fans di Brad Pitt e Tom Cruise. Dopo intervista col vampiro i vampiri di Anne Rice si sono trasformati in pop star. Abbandonato il problematico Louis la Rice si è concentrata sul più carismatico Lestat imbastendo sul suo personaggio diversi romanzi.
La figura del vampiro ha avuto ulteriori evoluzioni con la Meyer. Vampiri per il target adolescenziale, molto teen- agers, ugualmente tormentati ma con l'ipod in tasca. Ovviamente occorreva umanizzarli più di quel che aveva già fatto la Rice e cosa c'è di meglio di Vampiri BUONI che sono addirittura vegetariani (e no, cavoli! Non sono vegetariani per niente, bevono il sangue degli animali. Ma dico io! Sembrava che con i vampiri gli animali fossero al sicuro e poi arriva la Meyer? Scusate, piccola parentesi da vegetariano. Reale.) che lottano contro altri vampiri (cattivi) per aiutare gli umani, che si innamorano della bella Bella che muore (letteralmente) dalla voglia di diventare vampiro. Se ci mettiamo che il vampiro e l'umana fanno sesso prima della trasformazione di lei e che poi Bella affronta una gravidanza di un mese (i tempi scenici sono quello che sono), alla faccia dei vampiri asessuati il cui unico piacere era quello di succhiare il sangue, abbiamo un perfetto vampiro/umano. I lupi, intanto, da mostri tormentati e disperati, si sono trasformati in ragazzotti pieni di muscoli che vanno in giro in mezzo alle montagne senza la maglietta. E se sul grande schermo si ripropone il modello portato avanti in Intervista col Vampiro (anche se il film in questione aveva un gran regista alle spalle) proponendo, questa volta, un target attoriale decisamente indirizzato a un pubblico giovane, il gioco è fatto.
In tutto questo marasma adolescenziale sembravano salvarsi gli zombie, perfette creature senza memoria e rimorsi. Voglio dire, quale adolescente ormonedotata vorrebbe avere una qualsiasi relazione di qualsiasi forma con un morto vivente in putrefazione?
Invece no. Ecco che arriva lo zombie (giovane e bello ovviamente) in crisi esistenziale, mangia il cervello (bè sempre di zombie si tratta) a un ragazzo e si innamora della sua ragazza.
Ammetto di aver letto (per ora) solo metà del libro. Odio gli zombie, mi fanno davvero una paura del diavolo. Non sono nemmeno riuscito a leggere i fumetti della serie Walking Dead (per non parlare della serie TV, ho visto la prima puntata e non ho dormito, giusto per dire i livelli...) però sono anche un cultore del buon horror (anche se poi non dormo) sia a livello di narrativa che cinematografico. Intendiamoci Isaac è bravino e ha un immaginario tutto suo. La parte migliore del libro è proprio nella descrizione della desolazione, è ironico e anche il personaggio risulta simpatico (lasciate invece perdere completamente il film! TERRIBILE!) ma (sì c'è sempre un MA) anche questo prodotto rischia di finire nel tritacarne delle letture sfornate sui gusti (del momento) degli adolescenti. Non c'è bisogno di rendere umani i personaggi che affollano il visionario mondo dei “cattivi”. Lo sono già. Si portano sulle spalle un retaggio culturale terribilmente umano. Solo che sta in chi scrive far emergere questo fattore X. Troppo facile scrivere di vampiri belli, buoni, vegetariani (sig!), che brillano al sole o di lupi affascinanti e palestrati o, ancora, di zombie innamorati. È il non detto quello che manca ai nuovi mostri. Sono delle belle bambole sfornate per il consumo di massa, per vendere milioni di copie a un pubblico di rapaci goticoromanticodipendenti. Non c'è nulla di affascinante nella falsa umanità di questi personaggi.
Il loro lato oscuro non esiste, viene annebbiato e oscurato dalla bellezza fisica, annacquato da storie d'amore troppo umane. Alla fine gli zombi siamo noi, chiusi in scatole di diverse misure, incapaci di vedere la bellezza che ci sta intorno, voraci non di cervelli ma di tecnologie varie. E i mostri che da sempre affollano le pagine della letteratura impallidiscono davanti agli orrori, quelli veri, di cui l'uomo è capace.

mercoledì 20 febbraio 2013

Il Sabba

Non è un uomo chesi lascia amare Maurice Sachs e non per le sue debolezze e per la sua sfrenata quanto inutile ambizione. Non si lascia amare perché sembra fare sempre la scelta sbagliata e perché, soprattutto, fa del male agli altri. Si pente. E poi commette gli stessi errori che aveva deplorato. Nel libro Il Sabba, Sachs racconta la sua vita cercando, ogni volta che può, di dare la colpa ad altri per le sue azioni e il suo carattere. Lo fa parlando della madre, a cui attribuisce la colpa della propria indole da farabutto. In realtà Sachs appare come un grottesco personaggio kafkiano, senza però l'adeguato pathos e senza riuscire a creare empatia con chi gli sta attorno o con il lettore. È quello che si potrebbe definire un uomo banale, non particolarmente brillante ma decisamente capace di sembrarlo. Tutta la vita di Sachs sembra, seguendo il filo logico dei suoi pensieri, una grande bugia. Uomo dalla grande ambizione e dalle scarse qualità, cresce accanto a una madre altrettanto ambiziosa e fanfarona, vive a Parigi, in campagna, a Londa. Va in America dove conosce il suo compagno, lo porta in Europa con la promessa di mantenerlo. Faranno la fame. Ma prima conosce André Gide e Jean Cocteau, li frequenta come una zecca frequenterebbe un animale, poi li disprezza, si stacca, si allontana, ritorna. Conosce Jacques Maritain, si converte dall'ebraismo al cristianesimo, crede di sentire dentro di sé ardere il fuoco della fede, entra in seminario (1926) spinto dalle migliori intenzioni, è fermamente intenzionato a rinunciare a tutto. Resiste qualche mese, poi ecco che i dubbi lo fanno vacillare, la carne è debole. Abbandona l'idea di entrare nella chiesa e le sue fantasie di arrivare ai vertici del mondo ecclesiastico. Ma l'ambizione rimane radicata dentro di lui. Va a fare il servizio militare, ritorna. Guadagna denaro che scialacqua, è schiavo della bella vita, alterna momenti di estrema povertà a momenti di grandi lussi, si indebita, entra ed esce dall'alcolismo. In America, prima di conoscere il suo compagno, si mette in testa di diventare presidente del consiglio. Per farlo però deve dare l'apparenza da buon cittadino. Si sposa con una ragazza e, per fare felice suo padre, entra nella chiesa presbiteriana. Finito il sogno e l'ambizione finisce anche il desiderio di vivere insieme alla moglie. Se ne va senza dirle addio. Inviato come gallerista incontra, in America, uno dei periodi più brutti dal punto di vista economico. La grande depressione del 1929 non fa bene ai suoi affari, torna in Francia e si rifugia, con l'amato, in uno squallido motel dove vive giorni di sofferenza e abbattimento. Beve, ruba, rinsavisce, entra nelle grazie di Gallimard, ricomincia a bere, perde l'amore della sua vita.
Ma sono le ultime pagine a lanciare una luce inquietante su Maurice Sachs. Mentre egli chiede al suo editore di aggiungere le ultime pagine inviate a libro ultimato veniamo a sapere di cose orribili (per sua stessa ammissione) commesse durante la guerra. Visto il personaggio si può pensare a saccheggi, furti ecc... ma poi, in un racconto più dettagliato (non per voce dell'autore) veniamo a sapere delle sue simpatie naziste (lui di origine ebrea e omosessuale) e del suo collaborazionismo.
Le leggende sulla sua morte si sprecano. Ucciso in carcere, picchiato dai compagni di cella, impiccato. Pare invece sia morto ucciso da un soldato tedesco, durante un trasferimento (era successivamente stato arrestato) da un campo all'altro.
Sembra quasi un personaggio costruito ad arte quello di Maurice Sachs, un cattivo o uno stolto, un essere debole e banale con grandi aspirazioni. O forse solo un figlio del suo tempo.

Maurice Sachs
Il Sabba
Traduzione Tea Turolla e Leopoldo Carra
Con una nota di Ena Marchi
332 pagine 22 euro
Adelphi

martedì 19 febbraio 2013

FNAC

L'immagine è quella di una libreria deserta con gli scaffali vuoti e i dipendenti ammutoliti, come se fossero raccolti in preghiera a un funerale. E di funerale, in effetti, si tratta. Un dipendente suona la tromba mentre la serranda si abbassa, probabilmente, per sempre. È un'immagine che spezza il cuore quella che si può vedere sulla pagina Facebook Salviamo FNAC, un'immagine che ci mostra lo stato attuale della cultura in questo paese.
FNAC era considerata, sino a qualche anno fa, una delle esperienze più innovative sul mercato. Poi il gruppo francese, evidentemente in crisi, ha deciso di “sbarazzarsi” di FNAC Italia e lo ha fatto nel peggiore dei modi. A gennaio Orlando Italy ha formalizzato l'acquisto della Holding per la parte italiana, la società è stata messa in liquidazione, è stato messo in atto un “piano” di ridimensionamento. Brutto parlare di piano, occorrerebbe invece parlare di “mancanza di un piano gestionale” perché quando si dice “ridimensionamento” si intende che delle persone perderanno il lavoro e che altre verranno messe in cassa integrazione, che ci sarà una libreria in meno e, di conseguenza, ci sarà un luogo di cultura in meno.
Il programma prevede la chiusura “temporanea” di tre punti vendita: Firenze, il negozio al centro commerciale I Gigli; Roma, alla galleria commerciale Porta di Roma e a Torino al Shopville Le Gru. Inutile dire che quel “temporaneamente” suona un po' come una presa per i fondelli. Gli altri punti vendita, pare, verranno ridimensionati. In totale su 600 lavoratori almeno 302 dovrebbero andare in cassa integrazione.
Il piano presentato da Orlando Italy prevedere la trasformazione di FNAC a un ruolo di “Shop-in-Shop” cioè la presenza di un angolo FNAC specializzato in elettronica e editoria all'interno di un altro punto vendita. Un “non” piano, quindi, come si diceva prima, perché ridurre FNAC a questo significa farla sparire.
Forse, e dico forse, se FNAC avesse prodotto automobili si sarebbe fatto molto di più. Ma da FNAC si vendono libri,musica, film. Si vende, insomma, cultura. E con la cultura, come ha detto un nostro (purtroppo) ex ministro dell'economia, non si mangia. Si potrebbe eccome invece, ma sembra che in questo paese sia troppo difficile investire sulla persone.
Come ho già detto ogni libreria che chiude dovrebbe essere un lutto per l'intero paese. Vorrei mettere a disposizione delle Colleghe e dei Colleghi FNAC che stanno vivendo questo brutto momento le pagine del mio blog. Vorrei raccontare le loro vicende e le loro esperienze quindi se c'è qualcuno interessato/a mi contatti pure: aracno76@libero.it

lunedì 18 febbraio 2013

Amazon Shock

Su Amazon si è detto di tutto e di più. Attaccare aziende di questo genere, spesso, procura molti nemici ma vi prego (VI PREGO) leggete la notizia che riporta Repubblica (QUI). Si tratta dell'ennesima inchiesta portata avanti da una televisione pubblica tedesca. Io non aggiungo altro perché nulla c'è da aggiungere.
Riporto solo una parte dell'articolo: “Sono pagati malissimo, nove euro al lordo dei contributi, e lavorano soprattutto nel turno di notte. Alloggiano in sette per camerata in vecchi alberghi sciistici decaduti o chiusi fuori stagione, sono sorvegliati da spietati vigilantes spesso appartenenti o vicini all'ultradestra neonazista.

Non sono gruppi dell'ultrasinistra, né Anonymous o i no global, ad aver denunciato lo scandalo: la scoperta dei disperati di Amazon la dobbiamo a una squadra di
investigative reporters della Ard, la prima rete tv pubblica tedesca che, sorta nel dopoguerra con l'aiuto di 'istruttori' britannici e americani, ha l'abitudine di puntare tutto sulle inchieste scomode, da cane da guardia di democrazia e diritti umani. Almeno cinquemila persone, ha detto la Ard nel suo reportage appena andato in onda in mezza serata, prime time, sono impiegate da Amazon nei suoi centri di smistamento e spedizione, specie in Assia, lo Stato centrale dove sorge la metropoli finanziaria Francoforte. A casa erano insegnanti, o neolaureati, ma la disoccupazione di massa nell'Europa del sud e nei Balcani rende inutile ogni qualifica. Sono ingaggiati da Amazon con email vaghe che promettono una buona paga e un contratto sicuro con il gigante stesso.

I disperati di Amazon arrivano a spese proprie in Germania e sono accolti dai vigilantes e da persone di agenzie di collocamento private senza scrupoli. La tratta dei disperati avviene soprattutto prima di Natale, quando volano ovviamente le ordinazioni ad Amazon in tutto il mondo. Da Amazon i disperati apprendono che la paga è minore, l'orario di lavoro più lungo del previsto. E quasi sempre nello stressante turno di notte. Vengono alloggiati, racconta ancora la tv pubblica tedesca, in camerate dove appunto dormono in gruppo, chi su brande chi su vecchi divani sfondati. Alloggi e toilettes sporchi e pericolanti, cibo di pessima qualità, e devono anche pagarselo da soli con parte del misero guadagno. E spesso i vigilantes sadici si divertono a minacciarli e impaurirli per dissuaderli da ogni protesta.

In ogni momento i vigilantes hanno diritto di entrare per perquisirli e accusarli di furto al minimo sospetto. Vengono portati al centro smistamento, distante spesso decine e decine di chilometri dai dormitori-lager, con autobus stracolmi su cui spesso devono viaggiare anche in piedi. Se a causa del traffico o del maltempo l'autobus arriva tardi, il ritardo viene loro decurtato dalla misera paga. Alcuni di loro, riconosciuti perché si sono fatti intervistare, hanno ricevuto subito la lettera di licenziamento. “
Se le cose stanno davvero così non ci sono scuse, davanti alla mancanza di diritti e alla privazione della dignità umana, ve lo dico senza problemi, lo sconto può pure andare a farsi fottere. Crisi o non crisi!
Occorre boicottare Amazon in ogni modo: gli editori interrompano i contatti con questo gruppo, smettiamo di comprare libri sul sito sino a quando non renderanno il proprio operato trasparente.
Questa è l'ennesima prova che non basta appropriarsi indebitamente della parola “cultura” per essere persone migliori.

sabato 16 febbraio 2013

Ordine.... disordine...

Al telefono:
"Libreria... Buongiorno sono Marino..."
“Buongiorno mi passa il settore dei libri in ordine?”
Signora non è che parlerebbe cinque minuti pure con quelli in disordine? Che quelli hanno il complesso d'inferiorità poverini e poi mi diventano gelosi!

venerdì 15 febbraio 2013

Black out

Trovarsi con dei bollini sconto -15% in mano e cominciare, senza nessun motivo ma con convinzione, ad appiccicarli sulla piletta di libri ancora da sistemare per poi rendersi contro, dopo circa dieci minuti, che i libri che stai bollinando NON sono in sconto!
A me Charlie Chaplin di Tempi moderni mi fa un baffo!

giovedì 14 febbraio 2013

Mamme serial killer

Evento in libreria con tantissimi bimbi, proiezione di un film d'animazione e merende varie. Fuori blocco del traffico e centro città piena di gente. L'evento inizia alle 17. Alle 17 56, quattro minuti prima del mio fine turno a evento ormai finito, arriva una signora di corsa con bimbo a presso.
Scena da fotografare: signora ansimante, capelli scompigliati, bimbo in lacrime, calza, della signora, smagliata, sguardo allucinato.
La signora ansimando: “Dov... dov'è l'evento? Eh?”
Io: “Ehm... è finito signora... iniziava alle 17... sono le 18...”
Sguardo assassino della mamma mentre il bimbo comincia a piangere più forte, lei a voce alta con tono minacciosissimo: “COSA?”
La prego signora non mi picchi! Non è colpa mia sono solo un povero libraio sottopagato, un tantino antisociale e anche un po' rompiballe.... se la prenda con quel bruto vestito da scoiattolo che intratteneva i bambini... la prego... ho moglie e figli... non mi uccida!

mercoledì 13 febbraio 2013

Ci vuole ben altro...

Mentre sono intento a sistemare libri nella saletta di filosofia arrivano un ragazzo e una ragazza, stanno parlando, presumo, delle 50 sfumature.
Lui ad alta voce: “Allora hai letto quel libro pornografico alla fine?”
Lei si irrigidisce e mi guarda: “Non era un libro... ehm...”
Lui, che si è accorto dell'imbarazzo dell'amica, divertito a voce alta: “Non era un libro cosa? Eh? Cosa?”
Lei sempre più in imbarazzo: “Dai... non era... ehm...”
Lui, guardandomi: “Dai non ti vergognare...”
Tesoro non arrossire, piuttosto chiedi consigli al tuo amico che sembra essere esperto in pornografia!
Bello ci vuole ben altro per scandalizzarmi, ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi... e ne ho fatte anche...e quelle ve le potete pure immaginare!

martedì 12 febbraio 2013

Patriottismo canoro.

Succede a: Il collega Totoro!

Un signore entra e va al settore poesia, dopo qualche secondo si ferma e ascolta la musica nella libreria poi va alla cassa dal collega Totoro:
“Ma cos'è sta roba? Anche la musica in inglese adesso? Vi fa proprio schifo essere italiani, è?”
E se ne esce tutto arrabbiato.
Però c'ha ragione... che un po' di sano patriottismo non fa male a nessuno! Altro che canzoni straniere! Tutti a cantare Voglio andare a vivere in campagna di Toto Cutugno!

Voglio andare a vivere in campagna (ah, ah!)
voglio la rugiada che mi bagna (ah, ah!)
ma vivo qui in città, e non mi piace più
in questo traffico bestiale
la solitudine ti assale e ti butta giù
che bella la mia gioventù

Voglio ritornare alla campagna
voglio zappar la terra e fare legna
ma vivo qui in città, che fretta sta tribù
non si può più comunicare
qui non si può più respirare il cielo non e più blu
e io non mi diverto più!

lunedì 11 febbraio 2013

Con i capelli fra le nuvole

“Scusi sto cercando un libro, si chiama La testa fra le nuvole di....”
“Non conosco il libro signora, faccio una ricerca.”
Inserisco i dati ma non compare nulla né nel database interno né in quello dei libri in commercio.
“Non mi risulta nulla, signora. È sicura del titolo?”
“Sì, sì... sono sicurissima!”
“Provo di nuovo.”
Altra ricerca, nulla.
“Mmmm... proviamo con internet.”
Inserisco su Google titolo del “libro” e nome dell'”autrice”.
“Ehm...”
“Sì?”
“Ma... signora questo non è un libro... è un negozio di parrucchieri...”
La signora scoppiando a ridere:
“Ah sì, che svampita, è la mia parrucchiera... scusi ho sbagliato foglio!”
No, no prego signora. Vuole che facciamo una ricerca anche per il panettiere e il lattaio? Il massaggiatore? Magari qualcuno di loro ha pure scritto un libro....

sabato 9 febbraio 2013

Il professore vuole!

“Ciao, sto cercando questo libro di storia.”
“Certo, te lo prendo subito.”
Consegno il libro alla ragazza.
“Guarda il professore vuole l'edizione del 1998, questa è del 2012.”
“L'edizione del 1998 non è più in commercio, comunque non cambia nulla, ci sono stati solo alcuni aggiornamenti.”
“Mmmm... ma il professore vuole quello del 1998.”
“Perdonami la vecchia edizione non è più in commercio, questa è una ristampa. Il testo è identico tranne che per le ultime venti pagine che sono state aggiunte. Credimi, lo conosco bene, il testo è lo stesso.”
“Però il professore vuole l'edizione del 1998. Non posso ordinare quella?”
Intanto la mia espressione cambia da “gentile” a “ma che t'ho fatto di male?”
“Mi spiace la vecchia edizione non è più in commercio. Guarda non voglio convincerti ad acquistarla ma il testo è identico all'edizione precedente, ci sono solo stati alcuni aggiornamenti.”
“Sì ma...”
Fammi indovinare! Il professore vuole l'edizione del 1998! Ma io, davvero, nella mia vita precedente dovevo essere una persona orribile per meritarmi tutto questo!

venerdì 8 febbraio 2013

Grandi librerie 3

Il quadro che si sta delineando, quindi, non è dei più allegri. Clienti che hanno poco tempo e pochi soldi, che preferiscono la comodità dell'acquisto on line alla massificazione delle librerie di catena. Librai sempre meno motivati e sempre più stressati, una mancanza di progetti sul lungo termine, una scarsa attenzione alle risorse umane e a quelle librarie, case editrici sull'orlo di una crisi di nervi con politiche quasi schizofreniche e accordi commerciali che rasentano la follia.
Come si esce allora da questa situazione? E, soprattutto, vale ancora la pena cercare di salvare il salvabile?
Se avessi la risposta a quest'ora, probabilmente, sarei un uomo ricco.
E invece sono solo un libraio.
Io credo che occorra rivedere tutto.
Proprio a partire dalle librerie.
La libreria dovrebbe essere uno spazio fisico che ti offre qualcosa di più di una tessera punti o di uno sconto, dovrebbe essere il luogo in cui la cultura non ha solo un valore commerciale ma ne ha anche uno intellettuale. Può sembrare una cosa banale ma non è così.
Se ne esce tutti insieme da questo disastro. Cercando di trovare il modo per spingere i più giovani ad amare la lettura, ricavandosi spazi in famiglia e a scuola, evitando di ricorrere alla televisione o al computer come surrogati di baby sitter. Se ne esce cercando di pubblicare di meno, magari, e di curare più i libri. Si rimprovera spesso alle librerie di tenere i libri solo due mesi sugli scaffali, ma con cinque invii a settimana di novità e centinaia di copie di libri che ogni sette giorni entrano in libreria come pensiamo di poter sopravvivere se non rendiamo il prodotto precedente. Vi assicuro che non è piacevole vedere un libro in cui credi finire in resa per mancanza di posto solo perché non ha venduto abbastanza. Però, allora, smettiamola anche di entrare in libreria cercando, famelici, le novità del momento. I libri andrebbero curati. L'offerta è comunque altissima. Potremmo smettere di pubblicare libri ora e, probabilmente, non ci basterebbero dieci vite per leggere tutto ciò che è attualmente in commercio. Smettiamola anche con questo mito del “pubblicare” per “arrivare” (non si sa bene a cosa). Per come è messo il mercato oggi pubblicare è solo il primissimo passo. Smettiamola di puntare tutto sul marketing, sul grande è bello, riduciamo le dimensioni delle librerie, facciamo scelte più ponderate, cerchiamo di offrire, magari, servizi on line che possano dare ai clienti maggior comodità e vantaggi, facciamo in modo che la libreria diventi un luogo importante per la città ( o il paese).
Io credo che ci sia ancora un margine d'azione per salvare le librerie.
Ma forse sono solo un illuso.

giovedì 7 febbraio 2013

Grandi librerie 2

Leggendo alcuni commenti al post di ieri mi sono venute in mente altre considerazioni. Innanzitutto vorrei sottolineare una cosa: non scrivo di librerie e mercati per ricordare un mondo antico che non esiste più da tempo. Ne scrivo perché amo il mio lavoro, perché mi considero un discreto libraio, perché ho la presunzione che, trattando certi temi, si sviluppi la discussione e si possa anche ricominciare a parlare di cultura.
Il mercato, o l’idea di mercato che altri ci hanno imposto e che noi abbiamo, passivamente, accettato, ci ha portati dove siamo oggi. Un consumismo sfrenato in cui la dimensione umana è zero. Comprendo tutti gli aspetti positivi della libreria on line:  è facile, veloce, comodo, non devi andare in centro, non devi avere a che fare con personale spesso demotivato. Va benissimo, prima o poi si arriverà al punto in cui i negozi fisici scompariranno tutti e noi acquisteremo solo on line perché questo è l’andazzo del mercato.
Benissimo.
Posso anche arrivare a capire una certa insofferenza nei confronti delle librerie di catena però c'è da fare il punto su alcune cose.
Le librerie che chiudono nell’indifferenza totale dell’opinione pubblica non sono solo le librerie di catena. Anzi, quando una libreria chiude (come è successo con FNAC) si solleva un gran polverone. Quando chiude una libreria "piccola" a nessuno frega niente. Mi rendo conto che in certe situazioni ognuno tenda a guardare al proprio orticello. Io non voglio dare delle colpe a nessuno, non voglio dire: il mercato è così perché l'acquirente si fa influenzare. Ma se il mercato è così è colpa di molti fattori. Scelte aziendali che mirano al guadagno facile, scelte editoriali che fanno lo stesso, cannibalizzazione del mercato da parte di grandi gruppi editoriali e, permettetemi, anche una visione limitata e confusa del genere di società che vogliamo. Da parte di tutt*. Facile dire: "Nelle mega librerie ci sono solo schifezze compro on line". Ok. Hai provato nella piccola libreria? In quella media? No. Perché? Perché non ci sono gli sconti.
 Io continuo a considerare il libro principalmente come un bene culturale e non un oggetto semplicemente di “consumo” e la chiusura di una libreria toglie qualcosa alla città, al paese, al luogo. Facciamo l'esempio dei dischi (anche se credo che il libro avrà tempi più lunghi perché prodotto meno appetibile rispetto alla musica). La tecnologia, nel bene e nel male, non si ferma. E su questo credo siamo tutti d'accordo. Con l'avvento degli MP3 il mercato musicale ha avuto un crollo. Siamo sinceri, quanti comprano musica on line? Anche se scaricarla gratuitamente è, spesso, illegale, moltissima gente lo fa. Accadrà la stessa cosa con i libri? Forse.
Io sono già consapevole che il mercato del libro è un mercato con un futuro molto breve. Sto solo chiedendo di avere una visione più ambia del problema, di non , limitarci solo al: mi è più comodo, costa meno, in libreria tutto fa schifo.
Non aggiungo altro perché, in realtà, quello che mi preme è analizzare i fattori interni che ci hanno portati a questo disastro. Primi fra tutti la mancanza di idee e il considerare, appunto, una libreria alla pari di un discount di alimentari.
Poi il resto verrà da sé. Io sono convinto che il mio lavoro, semplice venditore di libri, si trasformerà in altro, in qualcosa che con i libri poco avrà a che fare. Sta accadendo già ora. Si punta su titoli “facili” che possano svegliare curiosità o morbosità, si sacrifica la bibliodiversità, si punta tutto sul marketing. Perché devo impegnarmi a vendere un libro che mi dà poco margine di guadagno quando posso vendere, con la scusa della libreria, un oggetto che con il libro nulla ha a che fare e che mi margina decisamente di più?
Temo che alla base ci sia proprio questo. Non c’è la voglia e non c’è la fiducia nella risorsa libro. E, di conseguenza, nemmeno in quella umana perché, nonostante l’acquisto on line sia più facile, il rapporto umano non sarà mai sostituibile da un clic.
E parliamone di queste risorse umane in libreria!
Tutte, ripeto, tutte le grandi catene di negozi hanno tagliato sul personale. Ovviamente anche le librerie. Sarebbe, visto che la vendita libro si basa principalmente sulla presenza di buon librai in libreria, stato più logico tagliare dall’alto invece che dal basso. Non è stato così, ce ne facciamo una ragione e andiamo avanti. Si è cercato di rendere la libreria più fruibile al cliente così da avere meno bisogno del libraio (esempio mettendo tutti i libri in ordine alfabetico per autore, annullando le divisioni classici/contemporanei ecc…). Nella nuova visione del “libraio moderno” abbiamo un numero limitato di persone a lavorare in libreria, spesso rimane una persona sola per piano (nel caso di librerie a più piani) o in diversi settori (nel caso di una libreria su piano solo). Spesso il libraio fa solo il/la cassiere/a. Spesso al libraio viene chiesto di occuparsi di ufficio stampa o creazione eventi. Di occuparsi delle rese, della sistemazione libri, della comunicazione interna, delle vetrine, della pulizia e dell’ordine. E, spesso, il libraio ha un tempo ridotto per svolgere tutte queste funzioni. Nel calcolo dei lavori librai, però, non si prende in considerazione un fattore fondamentale: i clienti. Ci viene detto che dobbiamo dare un ottimo servizio al cliente ma, allo stesso tempo, nella tempistica da dedicare a tutti gli altri lavori il fattore vendita non viene considerato.
È certo che se sono da solo e devo occuparmi della cassa, della sistemazione dei libri, della pulizia e delle rese (oltre che degli eventi) avrò pochissimo tempo da dedicare al libro e al cliente. In base a cosa vengono considerati i tempi di cose da fare? In base alle fasce orarie. Dalle 15 alle 16 abbiamo incassato poco? Bene in quel lasso di tempo dovevi sistemare un tot di merce. Benissimo. E chi glielo spiega che ho avuto una cliente che mi ha chiesto consigli su dieci libri e poi non ne ha comprato neppure uno?
Non ho venduto. La colpa è mia. Non sono un buon venditore.
To be continued…

mercoledì 6 febbraio 2013

Grandi librerie 1

Parto da uno stato su Facebook della scrittrice Simona Vinci per arrivare a qualche, ulteriore, riflessione sulle librerie di catena.
Simona Vinci scrive:
Era da un po’ che non entravo in una Feltrinelli, cercavo un libro uscito due anni fa: niente, solo le novità o gli stra-classici in tutte le salse. Tavoli uguali ai banconi dei super con le vaschette di prosciutto già affettato e gli yogurt con la scadenza stampigliata sopra. Mi son fatta il segno della croce e amen in memoria dei libri finiti, svenduti, squadernati, macerati, soprattutto di quelli morti in vita e mai neanche sfogliati da nessuno”.
L'immagine che Simona (mi permetto di chiamarla per nome) descrive è di grande attualità. Il declino del mercato editoriale e delle librerie di catena è sotto gli occhi di tutti, le cause, che più volte abbiamo analizzato, pure. Ma cosa è accaduto al mercato del libro per ridursi in questo stato?
I tentativi di rianimare un corpo ormai freddo sono, al momento, falliti. Come dice il mio collega Daniele (fine e arguto filosofo): “Le crisi economiche sono cicliche, sta a chi le gestisce fare in modo che non sommergano ogni cosa” (più o meno dice così, Daniele mi perdonerà se non ho usato le parole esatte). La verità è che il mercato del libro era già in crisi prima della crisi economica. Solo che non se n'era ancora accorto nessuno.
La trasformazione del mercato e, di conseguenza, delle librerie di catena è un tragico tentativo di salvare macerie che non interessano più a nessuno.
Sarebbe però troppo facile attribuire tutta la colpa a chi sta ai vertici del mondo del libro. Le colpe ci sono e sono, a mio parere, chiarissime. Ma è sempre bene ricordare che nella cultura, così come in ogni ambito sociale, è il popolo che ha il potere di cambiare le cose.
Allora partiamo dai dati.
1 italiano su 4 non ha letto nemmeno un libro nel corso del 2012, il 35,9% ha letto da 1 a 3 libri, il 16,9% da 4 a 6 , l'11,1 da7 a 12 e il 13,1% più di dodici. Non ci è dato sapere quali libri i così detti “lettori forti” leggano, sappiamo solo (e non mi sorprende) che le donne leggono più degli uomini (dati Eurispes). I temuti e-book, per il momento, rimangono appannaggio di una minoranza.
Guardando i dati balza subito all'occhio che il mercato del libro produce troppo rispetto alla richiesta e le librerie sono destinate a fare la fine dei dinosauri (e noi librai con loro: i Libraisauri!).
Leggere è un'operazione estremamente complicata. Devi scegliere il libro, lo devi pagare, lo devi aprire, devi staccare il cervello dal mondo che ti circonda e devi aiutare la tua fantasia a creare qualcosa che nessun computer al mondo riuscirà mai a darti.
Leggere, anche leggere quelli che possiamo definire romanzi d'intrattenimento, è un'operazione faticosa. Bellissima ma faticosa. E, per leggere, devi ricavare del tempo per te stesso e devi smetterla, per qualche minuto o qualche ora, di desiderare di essere al centro dell'attenzione del cybermondo. Al contrario, ti devi nascondere, devi lasciare che siano altre persone con le loro storie, vere o inventate, a trasportarti nel loro mondo. Un libro, insomma, è una specie di antifacebook interiore dove gli unici a chiederti l'amicizia sono i protagonisti della storia.
Le lettrici e i lettori forti, dicevamo, sono pochi e quei pochi che ci sono entrano nelle librerie descritte da Simona Vinci e desiderano non entrarci più. E io, molto ingenuamente, mi chiedo: “Come è possibile che chi gestisce una libreria di catena non si renda conto di questo? Non si renda conto che uccidere la bibliodiversità pur di vendere una vetrina al solito editore è controproducente?”
Mistero della fede. Forse alla fine di questo che si preannuncia, sotto il ticchettio della mia tastiera, essere un post lunghissimo che proprio ora sto pensando di spezzare in più parti, arriveremo a capire (io compreso) cosa passa per la mente di chi dovrebbe fare cultura e invece preferisce arrivare a vendere biciclette.
I lettori e le lettrici, dunque, che sono pochi e maltrattati: i libri costano troppo, le librerie di catene sono troppo commerciali, compro on line che mi conviene.
Ecco la parola magica: convenienza.
La convenienza e la comodità sono gli unici motivi per cui una libreria on line è migliore di una libreria fisica (parlo sempre di librerie di catena). Ebbene sì, signore e signori, diciamocelo, quello sconto fisso del 15% fa gola ( e lo capisco che vi credete) ma per favore non nascondiamoci dietro a: “Non entro in libreria perché tanto hanno solo best seller”. Primo, non è vero, secondo i libri, anche quelli più vecchi, a meno che non siano fuori catalogo (e in qualche caso ci riusciamo lo stesso) come li ordinate da casa li possiamo ordinare anche noi in libreria e se avete avuto la sfortuna di imbattervi in un libraio scortese, maleducato e non troppo sveglio mi dispiace davvero tanto per voi ma non tutte le libraie e i librai di catena sono brutti sporchi e cattivi ( a parte il nostro magazziniere che invece è proprio così). Inoltre vi consiglio di “andare oltre” il muro di best seller, vi renderete conto che i libri di qualità, in libreria, ancora ci sono. Probabilmente la percezione acquistando via web, è diversa, forse si è portati a pensare che le librerie on line abbiano solo titoli che vale la pena leggere. Ma ci sono gli stessi libri che vedete impilati in libreria solo che le pile virtuali mica le potete percepire. Le regole “commerciali”, l'idea di base è la stessa sia per le librerie fisiche che per quelle on line (e parlo delle più commerciali ovviamente non di quelle paragonabili a librerie indipendenti).
Vi ricordo che Amazon ( ma anche IBS è su quella strada) non vende solo libri. È un supermercato. Un supermercato veloce, comodo ed efficiente, lo ammetto, ma pur sempre un supermercato.
Insomma mettiamo da parte, per un attimo, il nostro orgoglio di lettori e chiediamoci se non abbiamo qualche responsabilità nella disastrosa decadenza libraria.
Non siamo forse noi a fare il mercato? Sì, ma spesso ce lo dimentichiamo. Siamo noi che decidiamo cosa acquistare, cosa mangiare, chi votare o cosa leggere. Certo i nostri acquisti sono spesso influenzati. Ma possiamo davvero dare la colpa solo alla pubblicità?
To be continued

martedì 5 febbraio 2013

Ricerche speciali

Cliente:
“Ciao ho visto in TV un libro ma mi ricordo solo il colore della copertina...”
“Mi spiace è un po' poco per una ricerca...”
“Non esiste un modo per fare una ricerca... per colore?”
Io penso che questa sia una genialata! Davvero, lo penso sul serio. Vista l'ingente quantità di persone che mi rivolgono richieste di libri di cui ricordano solo il colore della copertina, sono certo che un motore di ricerca cromatico sarebbe un successone. Anzi quasi, quasi registro l'idea all'ufficio brevetti!
Dite la verità che certe richieste me le fate solo per finire su Cronache dalla libreria!
:)

lunedì 4 febbraio 2013

Progetti. O forse no.

Ho sempre pensato che alla base di un sogno o di un lavoro debba esserci un progetto ben preciso. Negli ultimi tempi ho visto aprire, giusto per fare qualche esempio pratico, negozi o ristoranti, alcuni con ottime idee, che però hanno chiuso dopo tre mesi dall'apertura. Qualcosa è andato storto o, forse, semplicemente, alla base c'erano persone che ci hanno provato ma che non hanno pensato a un progetto a lungo termine. La prima cosa che mi hanno insegnato alla scuola alberghiera è che non puoi aprire un ristorante se non hai esperienza e se non hai fondi da investire. Nella città in cui vivo ora, qualche anno fa, ha aperto un Take Away. L'idea era buona e la posizione pure (vicino alla stazione). Ha chiuso dopo due mesi. Parlando con la persona che lo aveva aperto è venuto fuori che non aveva abbastanza soldi per andare oltre. Temo sia questo lo sbaglio principale. Per ammortizzare le spese di un nuovo negozio ci vogliono anni. Come si può pensare di aprire un'attività con risorse così limitate?
La stessa mancanza di un “progetto” a lungo termine la percepisco oggi nel mondo del libro.
Ci sono due aspetti fondamentali, a mio parere, da tenere in considerazione. Il primo è che nel corso degli anni il mercato è stato “cannibalizzato” da grossi gruppi editoriali che producono, distribuiscono, vendono, sono cioè proprietari di case editrici, di distribuzioni e di punti vendita. Ora ci troviamo in un momento storico, culturale ed economico molto difficile. Da un lato la crisi economica ha colpito, forse per la prima volta negli ultimi decenni, in modo preoccupante anche le case editrici “potenti”, quelle cioè che avevano grosse risorse da immettere sul mercato. Dall'altro le tecnologie e le abitudini sono cambiate. Oggi l'ebook permette di scaricare i libri direttamente da internet e di pagarli meno, occupa poco spazio ed è molto pratico. Lasciamo stare tutto quello che porta a livello di perdite di professionalità. Ne riparleremo fra una decina d'anni quando qualche illuminato/a comincerà a porsi delle domande. Del resto siamo abituati a guardare il nostro presente, è sempre stato così in qualsiasi ambito, non siamo abituati a preoccuparci delle conseguenze sul lungo termine. Poi ci lamentiamo, certo, se le cose vanno sempre peggio. Però, nell'oggi, questo oggettino è economico, pratico e anche bello da vedere. Ci sono poi le famose librerie on line che permettono alle utenti e agli utenti di comprare i libri comodamente da casa propria e con sconti importanti. Vorrei far notare il gioco karmico di tutto questo. Le piccole librerie e le piccole case editrici hanno chiuso o stanno chiudendo perché non ce la fanno più a reggere un mercato che è squilibrato. La piccola libreria indipendente non ha lo stesso potere contrattuale della grande libreria di catena, non può fare gli stessi sconti, non può permettersi i tempi di apertura della grande libreria ecc...
Molte librerie chiudono nell'indifferenza dell'opinione pubblica ma ogni libreria che chiude toglie qualcosa non solo al territorio che la ospitava ma alla cultura e alla società in generale.
Ora il problema si sta riproponendo per le grandi librerie di catena che hanno costi di gestione decisamente maggiori rispetto alle librerie on line, percentuali di sconto inferiori, non possono permettersi le stesse promozioni dell'on line ecc...
Domani, forse, il “nuovo umano”, quello che avrà un chip impiantato nel cervello e scaricherà tutto da computer liquidi, non avrà più bisogno di acquistare dalle librerie on line.
Ecco che a forza di cannibalizzare il mercato abbiamo distrutto professionalità e fatto scomparire cultura.
Ma c'è sempre un PERÒ e non a caso lo scrivo in maiuscolo.
Le “librerie” on line stanno già cambiando. Non solo libri e e book ma anche prodotti di cartoleria, oggettistica di vario genere, prodotti informatici e molto, moltissimo altro.
E qui arriva il secondo punto da prendere in considerazione. Con la scomparsa delle licenze si è detto che il mercato sarebbe stato libero, che sarebbero aumentati i profitti e ci sarebbe stata meno burocrazia. Oggi noi siamo letteralmente schiavi di un mercato senza più regole in cui c'è sempre qualcuno che offre qualcosa a minor prezzo. E la cosa peggiore, a mio parere, è che a nessuno interessa veramente il motivo per cui quel dato oggetto si riesce a vendere a un prezzo così basso.
Lo sfruttamento delle risorse umane e ambientali, del lavoro femminile e minorile, della mancanza di tutele e diritti. Del fatto che vengano continuamente tagliati posti di lavoro.
Non ci interessa sino a quando questa situazione non ci tocca da vicino.
Però, visto come vanno le cose, stiamo certi che prima o poi questa cosa ci toccherà.
Per quel che mi riguarda il mio progetto di vita era vendere libri.
Oggi, francamente, non so.
Buon lunedì.

sabato 2 febbraio 2013

Aperti?

Al telefono:
“Pronto libreria... sono Marino.”
“Volevo sapere se siete aperti.”
“...”
“Allora siete aperti o no?”
No signora sto qui a rispondere al telefono per informare i clienti che siamo chiusi...

venerdì 1 febbraio 2013

Angeli

Una ragazza si avvicina alla mia postazione.
“Scusa ho guardato al settore religione ma non ho visto nulla sugli angeli.”
“Il settore sugli angeli (si abbiamo un settorino dedicato) lo trovi al primo piano.”
“Ma non dovrebbero stare in religione?”
“Li teniamo acanto ad esoterismo.”
Espressione perplessa.
“Non ci credi, vero?”
“A cosa?”
“Agli angeli!”
“...”
“Guarda che anche se non ci credi il tuo angelo custode ti vuole bene lo stesso, sai?”
Guarda bella che io e il mio angelo custode ci vediamo tutti i giorni, capito? Lui è alto 1 90, ha i capelli lisci, biondi lunghi, lunghi, lunghi e gli occhi azzurri, un fisico da paura e spesso alza un enorme martello e urla “Thor”!