giovedì 25 settembre 2014

Le cose della vita

Io sono fatto così.
Per chiudere i conti col passato ho bisogno di scrivere, ho bisogno di tempo per analizzare, sezionare, studiare, capire, accettare. Faccio così anche con il dolore. Di solito quando mi succede qualcosa di molto brutto mi chiudo in me stesso, cerco un angolo di mondo in cui rannicchiarmi, mi lecco le ferite e poi, dopo che il cuore è scoppiato e che i brividi hanno lasciato il mio corpo, la parte razionale di me si fa avanti e analizza la cosa. La passa al microscopio, cerca le cause, elabora una possibile spiegazione e poi archivia e dimentica.
È un post molto difficile, lo ammetto.
La prima cosa che mi sento di dire è che non sono una brava persona.
Sono un essere umano con i suoi pregi e i suoi difetti, non voglio passare per il “giusto” o il “santo”, ho fatto degli errori, ho provato sensazioni molto brutte, ho fatto pensieri terribili. E la consapevolezza finale è che le cose sono andate come sono andate. Punto. Che non si torna indietro e non si piange sul latte versato, che ho fatto delle scelte, giuste o sbagliate che fossero, le ho fatte. Mi assumo tutta la responsabilità di queste scelte.
Parliamo di Sedici anni, il libro che ormai dal 2012 mi fa dannare e che ho deciso, almeno per il momento, di rimettere nel cassetto. È un libro a cui tengo moltissimo ma che non ha trovato, per ora, mercato. Per mia scelta, principalmente, ma anche per scelte che non dipendono da me.
Innanzitutto devo dire che avevo l'opportunità di pubblicarlo con la casa editrice con cui ho pubblicato il mio precedente libro. Sembrava andare tutto bene, avevo un ottimo rapporto con lo staff, Un altro best seller, tutto sommato, era andato abbastanza bene. Chi è nel mondo dell'editoria sa che tutto questo è molto difficile da trovare. Io, dopo aver insistito per avere conferme sulla pubblicazione o meno del libro, ho cominciato a guardarmi intorno. Per farla breve la risposta (positiva) alla pubblicazione è arrivata e io ho deciso di rischiare, di fare un salto nel vuoto, di provare altre strade. Ho scritto una lettera di scuse, sentendomi una vera merda perché sapevo che c'era gente che si era spesa in prima persona per me, rifiutando, dopo che avevo insistito per mesi per avere una risposta positiva, la pubblicazione. Non l'hanno presa bene, la persona con cui mi relazionavo ha chiuso i rapporti, improvvisamente il cordiale rapporto è diventato di ghiaccio. Forse se qualcuno mi avesse aiutato a fare chiarezza, se mi avessero mostrato una strada alternativa, non avrei fatto questa scelta ma l'ho fatta. È stata una MIA scelta e ne ho pagato le conseguenze. Punto. I rapporti si sono deteriorati in fretta e su questa vicenda, che trovo triste nonostante tutto e di cui mi dispiace più di quel che posso dire, non aggiungo altro.
Sedici anni ha proseguito poi il suo percorso finendo fra le mani di un editore piuttosto grosso che ha definito il finale “inadatto” perché “senza speranze”. Il protagonista del mio romanzo è un ragazzo di sedici anni obeso, che porta spessi occhiali, che viene preso per il culo dalla mattina alla sera, che ha problemi a casa. È un libro sul bullismo. Cavolo. L'unica possibilità per la pubblicazione era quella di cambiare il finale. Ho detto di no, per la seconda volta. Un errore gravissimo in campo editoriale perché certe occasioni andrebbero prese al volo. Ma non io, ehi, non Marino (perché sono un coglione che vive nel mondo dell'utopia e buonanotte al secchio). Il problema è che in questo libro ci credo così tanto da aver sperato in altre opportunità. E infatti una terza opportunità è arrivata. Quando mi hanno telefonato per dirmi che il libro sarebbe uscito con una casa editrice importante del panorama letterario italiano, una casa editrice che continuo a stimare molto, ho riso come un bambino. Era gioia pura quella che provavo? Sì, era gioia. Ho chiamato mamma, e mia sorella, il mio compagno, le mie amiche e i miei amici più cari, ho abbracciato ogni singolo collega. Era il mio momento, eccolo qua, aspettato per anni, cercato disperatamente, il mio momento. La mia occasione, mi sono detto, per dimostrare qualcosa.
Per due settimane ho vissuto il sogno, gustato ogni attimo, mi sono scoperto persino ottimista.
Poi è arrivata l'altra telefonata, stavo andando con il mio compagno a fare l'aperitivo. “Gira la macchina e portami a casa” gli ho detto.
Avevano cambiato idea.
Alla fine si sono tutti arresi. Un buon libro, uno dei tanti, che però non ha mercato.
Può sembrare esagerato ma questo sogno è dall'età di tredici anni che lo inseguo. E mi sono sempre sentito inadeguato alla scrittura, mi sono sempre sentito troppo “piccolo” per l'editoria. Io che sogno di scrivere come McCarthy o McEwan mi trovo improvvisamente in un mercato editoriale molto strano, che non si fida dei suoi lettori e nemmeno dei suoi scrittori mi viene da pensare.
Dentro di me è crollato un castello di carte ma la mia reazione non è stata quella che mi aspettavo. Sono tornato, paradossalmente a credere nella scrittura, ho abbandonato l'idea di “successo”, mi sono liberato da un'ossessione.
Ho ricominciato a scrivere.

13 commenti:

  1. Cavolo! Questo si che è un post splendido!
    Mi piace, adoro soprattutto il finale! (ok, non è certo l'unico post che mi piace tra tutti quelli che ho letto qua, anche se non credo di aver mai commentato prima, ma non è solo colpa della mia pigrizia: anche le connessioni serbe non erano il massimo per poter leggere e anche commentare)

    Chi non ha mai fatto errori? Chi non ha mai detto un NO quando avrebbe dovuto dire un SI (e viceversa)? Chi non paga (molte volte per sempre) le conseguenze di gesti che sul momento parevano giusti e poi si sono rivelati sbagliati?
    Complimenti però per non aver perso la speranza, per esserti rialzato comunque dopo i crolli, e soprattutto per esserti liberato di uno dei peggiori ostacoli alla scrittura: la smania di successo.

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    1. PS: scusami per il doppio commento e scusami anche per il fatto che sto per interferire in una tua scelta sacrosanta di autore (soprattutto non conoscendo affatto il romanzo) ma mi è venuto in mente che potresti adattare questo stesso post al finale del tuo romanzo, se per caso avessi intenzione di modificarlo e riproporlo, eventualmente adattandolo in chiave "autobiografica" e lasciando quindi una conclusione di speranza per quel ragazzo 16enne vittima di bullismo.

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  2. Non so cosa ti abbia spinto a fare marcia indietro col primo editore, con cui ti trovavi bene. Sono cose tue, non conosco la situazione e non potrei giudicarla.
    Ma imho col secondo editore hai fatto benissimo, perché non stiamo parlando dei capricci del wannabe-writer che si offende se gli levano una virgola: un cambio di finale da negativo a positivo avrebbe snaturato ciò che volevi dire, immagino, perciò hai fatto benissimo a impuntarti (e te lo dice una che i libri senza speranza li evita come la peste :P Ma son gusti miei, eh! Che poi a volte ne ho trovati che pure nel pessimismo più nero erano capolavori e punto).
    Il terzo editore si è comportato male lui, e lì c'è poco da dire o da fare, purtroppo il mercato raramente è galantuomo.
    Mi spiace per come è andata, ma sono contenta che tu abbia ritrovato il gusto della scrittura. In bocca al lupo! ^^

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  3. In maniera molto pragmatica, triste from inside, perchè scrivo e so quanto si annaspi, quanto non ci sia coraggio da parte degli editori (non sono la solita aspirante autrice frustrata, perchè da febbraio i miei diritti sono rappresentati da un'ottima agenzia etteraria, spesso l'unico modo per farsi almeno leggere e sono contenta di dove sono arrivata fino a ora, scusa l'autoreferenzialità ma credo dia credibilità al mio commento) ti dico che mi spiace tanto. Per la prima decisione tua avrai avuto i tuoi buoni motivi per farlo, hai pagato le conseguenze come era logico, per la seconda: massima stima, non cedere al volere del mercato, non svendersi, ti fa molto onore, per la terza fase be' non si fa così, nel senso, allora ok ci deve sempre essere la firma, la penale se si cambia idea e torniamo al punto di partenza: manca il coraggio, si continuano a pubblicare le solite cose del cavolo che tanto vendono, senza capire quanto venderebbero storie diverse che, in fondo, stiamo tutti aspettando. Sandra quella di Bologna taaanto tempo fa con la maglietta di Minnie.

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  4. Mi è venuta una forte curiosità di leggere il tuo romanzo!!!!!!!!!! Dai ti prego, mi daresti quest'onore?

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  5. Potresti inviarlo al Concorso Neri Pozza, sempre che questo editore non sia tra quelli coinvolti nei contratti/contatti di cui parli nel post.

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  6. Potresti scusarti con il primo editore, cospargerti il capo di cenere, strisciare presso di loro e sperare che ti perdonino.

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    1. Non è nel mio carattere strisciare e, viste come sono andate le cose dopo (ho omesso molti particolari, per ora almeno) direi che è da escludere ogni forma di "compromesso".

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  7. Ciao Marino, senti: forse dico una castroneria ingenua o semplicemente stupida, ma se tu provassi ad architettare a tavolino un "prodotto" (non "un'opera") che abbia idee, stile e contenuti più attualmente commerciabili, così da non sentirti più dire che "non ha mercato", ed eventualmente dopo, forte del tuo nome diventato una piccola griffe per questo precedente successo, potresti scrivere (e vedere accettate) le opere cui davvero tieni. Tra l'altro, il "prodotto" che dovrebbe fare da rompighiaccio non deve necessariamente essere un patto col diavolo dove svendi la tua anima e rinneghi la tua sensibilità, i tuoi gusti, il tuo stile, le tue tematiche. Dico solo che, forte come sei della tua esperienza di vita nel mondo della scrittura, saprai certamente intercettare un'idea fra quelle che vedi sviluppabili in un bel romanzo, che sia ANCHE commerciale. Puoi trovare un compromesso e poi "condirlo" al meglio con quanto di migliore c'è in te e vuoi in un tuo romanzo. Ma così almeno il libro un mercato lo avrebbe, e questo ti aprirebbe la strada per una più digeribile pubblicazione di opere meno esplosive, più "rischiose", o di nicchia, o quello che è.
    La mia idea, maturata fin dai tempi del liceo, è che purtroppo, molto spesso, in molte situazioni nella vita, bisogna farsi furbi e fare un'ottima prima impressione, e poi puoi vivere (entro certi limiti e a certe ovvie condizioni) di rendita.

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    1. Le mie attuali condizioni contrattuali (sono legato ancora alla prima casa editrice) non mi premettono collaborazioni con altre previo consenso della prima. Attualmente impossibile direi (a parte per sedici anni ormai libero da clausole). In ogni caso il mercato editoriale attualmente è un vero disastro, non si capisce dove stia andando e temo che l'esperienza valga solo come forma di vita perché, ti assicuro, che ormai non guardano più in faccia a nessuno a meno che tu non sia un nome noto.

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    2. Ciò che mi dici è avvilente, visto che sto cercando di terminare il manoscritto del mio primo romanzo, ovviamente prossimo bestseller internazionale. XD

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  8. Da quello che ho capito sbagli di grosso a farti delle colpe: hai un solo problema molto comune ultimamente, e cioe' sei nato in italia. Problema, non colpa.
    "I rapporti si sono deteriorati in fretta?" Allora e' semplice: non erano buoni rapporti. Considera giusto che si siano deteriorati rapporti cosi' fragili da non consentire di tornare indietro e ricominciare.
    "L'unica possibilità per la pubblicazione era quella di cambiare il finale. Ho detto di no" DOVEVI dire di no! Tu qui sbagli se ti penti di questo no.
    "Alla fine si sono tutti arresi." Allora tu hai vinto.
    Avrei qualche consiglio, ma non te ne do. Sara' la vita a dartene. Le cose, della vita, appunto.

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  9. Ma poi chi l'ha detto che non avrebbe mercato? la rassicurante fabbrica di pacchetti mainstream tutti uguali a lietofine? Ecco, 'st'idea che LORO sanno cos'è il mercato perché fan comodo le conclusioni consolatorie che non disturbano troppo, è davvero una peste ( e non ho mai scritto nulla di narrativa, eh).

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